“Re Giorgio”

3 dicembre 2011

L’omaggio del New York Times a Napolitano.

Il quotidiano dedica il profilo del sabato al presidente: «Ha saputo incarnare un’Italia diversa da Berlusconi»

Fino ad oggi non era stato molto considerato dalla stampa internazionale: ma il ruolo chiave avuto da Giorgio Napolitano, nei giorni della crisi del Berlusconi Ter, lo ha posizionato al centro dei riflettori dell’opinione pubblica mondiale. Una (nuova) notorietà consacrata dal New York Times. Che ha dedicato il suo prestigioso ritratto del sabato al nostro presidente della Repubblica.

RE GIORGIO – «Re Giorgio»: così il quotidiano incorona l’86enne ex P.c.i.: secondo il Nyt, il mese scorso «ha orchestrato uno dei più complessi trasferimenti politici dell’Italia del dopoguerra» diventando «un garante chiave della stabilità politica» in tempi instabili. «Una performance tanto più impressionante – prosegue il quotidiano- dato che la presidenza italiana è largamente simbolica, senza poteri esecutivi», ma Napolitano «ha spinto questo ruolo fino ai limiti diventando un power broker». Il giornale racconta come Napolitano abbia «impiegato mesi nel preparare il terreno alla transizione», aiutato dalla sua forte popolarità. Napolitano «è emerso come l’anti Berlusconi», e accanto alla moglie Clio ha «incarnato un’Italia diversa, un’Italia di virtù civiche», scrive il New York Times.

IL COMUNISTA PREFERITO DI KISSINGER – Che racconta la sua biografia di ex alto dirigente di Botteghe Oscure, un politico che l’allora segretario di Stato americano Henry Kissinger chiamava il suo «comunista preferito». E nota come «un tempo, l’idea di un presidente americano che ringrazia Napolitano, che era essenzialmente il ministro degli Esteri del partito comunista-o anche soltanto che lo chiamasse al telefono, era impensabile». E conclude così il suo ritratto a «Re Giorgio» il New York Times: «Ora gli italiani guardano a Napolitano perchè guidi la nave dello Stato con la sua tranquilla abilità, mentre Monti e la sua squadra di tecnocrati si assumono la difficile sfida di modernizzare la scricchiolante economia italiana».

Corriere.it – 3/12/2011


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Dopo diciassette anni sipario sulla videocrazia

13 novembre 2011

La staffetta del potere tra due stili agli antipodi: dal Cavaliere imperial-trash al professore con il trolley. E in mezzo un lascito pesante, non solo di crisi economica ma anche di degenerazione culturale
di FILIPPO CECCARELLI

IN FONDO è tutto un problema di forme e quindi, al giorno d’oggi, di sostanza. Per cui nel pomeriggio fatale dell’addio di Berlusconi, sic transit gloria mundi, il pensiero va al piccolo trolley del professor Monti, che l’altro giorno è arrivato a Roma con l’aereo di linea e poi è andato a prendere la moglie alla stazione Termini; e c’è una foto di loro due al binario, gente nei pressi, ma per gli affari suoi, e si capisce che nessuno o quasi l’ha riconosciuto; e viene anche da chiedersi se l’Italia non abbia bisogno di semplicità.

Quando si muoveva il presidente Berlusconi era come la partenza di un circo: macchine blu e macchinette argento, camioncini neri dai vetri oscurati, e registi, producer, sirene e sirenette, guardie di ogni ordine e tipo che giravano con una sorta di borsa antiproiettile con la quale schermavano il corpo del Capo eseguendo una bizzarra e silenziosa coreografia.

E colpisce che ieri il Cavaliere abbia ricevuto il professor Monti a Palazzo Chigi, sede ufficiale della presidenza del Consiglio, e non a Palazzo Grazioli, vero cuore del tardo-berlusconismo in uscita. Questi oltretutto è ubicato a un indirizzo piuttosto impegnativo: via del Plebiscito. Prima Berlusconi abitava a via dell’Anima e all’ora di pranzo gli alleati si presentavano per sperimentare la cucina del cuoco Michele; il padrone di casa era prodigo di cioccolatini, “Prendetene, prendetene – incoraggiava gli ospiti – anche per dopo!”. C’era lì anche un magnifico bagno con un oblò che si affacciava su piazza Navona e così i maggiorenti del centrodestra, con i relativi imbucati, non mancavano di fare una passatina anche lì dentro per poterlo poi raccontare in famiglia.
Ma sotto la strada era davvero stretta, mentre da anni la spazio antistante Palazzo Grazioli, oggi transennato e militarizzato, ospita spesso manifestanti e volentieri una specie di corte dei miracoli con personaggi eccentrici in vena autopromozionale, uno pure vestito da Superman. Però i giornalisti non si possono più sedere sulle fioriere sul retro e sul davanti hanno tolto anche la fermata dei bus (si spera da domani ripristinata). Lì dentro, come noto, è accaduto di tutto: il lettone, le trattative, le farfalline, il gatto Miele, le coppe del Milan, la redazione del Mattinale, il “parlamentino”, il va e vieni di notturne Smart, Mini e tante altre simpatiche usanze.
Monti invece a Roma scende in albergo che come assicurano i depliant ha una magnifica vista sui fori, ed è vero. Ma è pure vero, da altro più metaforico punto di vista, e specialmente adatto all’attuale passaggio, che quei fori sono in realtà muri sgretolati, colonne a terra, frantumi, rovine, macerie.

Dopo “anni di regno” ha scritto ieri Le Monde Berlusconi “lascia l’Italia come l’ha trovata”, e la sintesi suona brillante, ma il sospetto è che l’Italia sia molto peggio, dopo di lui, e soprattutto che stia ancora peggio che nel 1994. Oltre che nei numeri della crisi la degenerazione si rispecchia nelle forme espressive e perfino smaglianti di un potere configuratosi al tempo stesso evoluto e arcaico, non solo perché esercitato da un magnate dei media con tecniche avanzatissime, ma come sospeso nel tempo dei regimi pre-democratici, indifferente alle altrui opinioni, prossimo a un astuto e morbido assolutismo. Condizione inedita e complicata.

Nel 1994 Berlusconi si affermò come il messia del dominio spettacolare che da allora ha cominciato a cambiare l’arte di governo in Italia. Fin dal primo comizio, sulla spinta dell’ideologia pubblicitaria e del marketing introdusse il calore delle emozioni a scapito del ragionamento e l’energia della seduzione contro i motivi e i tempi della persuasione; passeggiava su e giù per i palchi, faceva lo spiritoso, strizzava l’occhietto alle signore come da giovane sulle navi. Ricevuto l’incarico, ritornando dal Quirinale raccolse i baci della folla e promise di fare “cose buone”. E a chiunque, sotto le feste, augurava “un mare di coccole”.

Un tecnocrate come il rettore della Bocconi può capire fino a un certo punto l’odierna dittatura dell’intimità. Ma Berlusconi ha sempre improvvisato, per lo più colpi di genio, aiutato dalla più incredibile faccia di bronzo. Gli tolsero l’Italia, e se la riprese nel 2001. E qui la faccenda dello stile di comando cominciò a farsi insieme delicata e complicata. Il presidente governava dai suoi palazzi e dalle sue ville. C’era una autentica famiglia reale, e al posto del partito una corte con i dovuti cortigiani, cappellani, maggiordomi, scalchi, giardinieri, guardie, servi, in seguito anche ruffiani e prostitute. Nella cornice tecnologica dei media, che meglio di chiunque lui sapeva controllare, con il pretesto del carisma, presero a riemergere troni, corone, investiture, ordalie, messianismi (Baget Bozzo e la Provvidenza), miracolismi (un milione di posti), culto della personalità (il sole, la luce). Il sovrano intratteneva il pubblico sul suo prezioso corpo, l’ennesima prova che si trattava, come scrisse Franco Cordero, di una “Signoria fiorita fuori stagione”. A un dato momento riscappò fuori dal medioevo televisivo addirittura la taumaturgia: a Porta a porta, per risvegliarlo dal coma, Vespa fece ascoltare a un ragazzo, tifoso del Milan, un nastro con la voce del Cavaliere che lo incoraggiava a uscire dalla sua condizione.

Jean Baudrillard fece in tempo a designare tutto questo: “Una specie di pornografia accelerata”. In quegli anni il professor Monti tornava in Italia da Bruxelles, s’immagina perplesso. Quando il Cavaliere riguadagnò l’Italia per la terza volta, quello che appariva come paternalismo – soldi brevi manu, assunzioni in diretta, donazioni di massa, opuscoli recapitati a casa – acquistò le tinte cupe di un ostentato populismo con tratti narcisisti e di megalomania. E insieme a un’etica e a un’estetica che Dagospia fa coincidere con il “barocco brianzolo” (però a occhio corretta da un certo gusto imperial-trash), si fissarono nell’immaginario i nuovi tele-rituali del potere: il bagno di folla, lo shopping, la telefonata in diretta, la barzelletta volgare, l’incontro con la scolaresca.
Il bunga bunga, liturgia esclusiva, sarebbe emerso di lì a poco. Un giorno il Cavaliere ordinò di ricostruire il pene che mancava a una statua di Marte presa in prestito dal museo delle Terme. Era un altro segno che il regime personale virava verso la satrapia. A quel punto Tarantini, Lele, Fede, la Minetti e l’Ape Regina erano insostituibili nel suo cuore triste. Impressiona che proprio oggi l’amico Putin, per difenderlo, abbia detto che Berlusconi “ha fatto quelle cose solo per attrarre l’attenzione”. In qualche modo può anche essere così. Però, viene da pensare: eh, Dio ci protegga quel trolley e l’anonima compostezza del professore che va a prendere la moglie alla stazione Termini.

Repubblica.it – 13.11.11


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Retenergie, le rinnovabili si fanno in cooperativa.

11 novembre 2011

Nato nel 2008 a Cuneo un progetto di «energia democratica».
conta 400 soci e impianti fotovoltaici per 170 kW e mini-idro per 75 kW in tre regioni.

MILANO – Produrre energia pulita, investendo in una filiera ad azione popolare, per riuscire a venderla liberalmente sul mercato. È questo lo scopo di Retenergie, una cooperativa nata a Cuneo nel 2008 e che oggi conta quasi 400 soci, a seguito dell’appello lanciato su internet da Marco Mariano, ai tempi proprietario di un’azienda agricola produttrice di fagioli, per trovare persone da coinvolgere nella costruzione del primo impianto fotovoltaico ad azione popolare. Un’iniziativa chiamata «Adotta un kilowatt di energia pulita» che in breve tempo ha raccolto un consenso così ampio da riuscire a realizzare a Mondovì un impianto fotovoltaico sopra il tetto di un’impresa di rifiuti e gestione del verde pubblico, e scatenato una vera e propria azione energetica collettiva.

IN TRE REGIONI – Infatti la cooperativa di Mariano in soli tre anni ha raggiunto un capitale sociale di 450 mila euro e conta già tra le sue proprietà cinque impianti fotovoltaici allacciati alla rete di Piemonte, Emilia Romagna e Lombardia per un totale di un centinaio di kW di potenza installata. Senza contare il mini-idroelettrico: 170 mila kwh che si andranno a sommare tra sei mesi quando gli impianti entreranno in attività. «Il nostro obiettivo», afferma il presidente di Retenergie Marco Mariano, «è quello di riuscire a produrre, entro la fine del 2012, almeno 500 mila kwh. E, per rendere più appetibile a livello economico l’investimento nella cooperativa, quello di riuscire a diventare, nel giro di quattro anni, anche fornitori dell’energia che produciamo. Senza essere costretti, come dobbiamo fare adesso, a venderla allo Stato e appoggiarci ad aziende esterne per la fornitura domestica. E, per riuscire a chiudere il circuito dell’energia pulita, abbiamo bisogno di trovare almeno 6 mila potenziali clienti e di costruire, in questi quattro anni, un numero adeguato di impianti, tra elettrico e foltovoltaico, per soddisfarli».

ENERGIA DEMOCRATICA – A formare il circolo virtuoso, nei tre anni di vita della cooperativa, quasi 400 soci, secondo i dati riportati sul sito. Organizzati a livello locale in gruppi regionali che ogni sei mesi si riuniscono in una grande assemblea popolare, distribuiti in tutto lo Stivale per individuare i siti dove sviluppare gli impianti energetici, e localizzati soprattutto nel nord e centro Italia, e soci all’estero come un italiano trapiantato in Svizzera e due simpatizzanti francesi. Tutti riuniti in una società eterogenea in cui sono presenti studenti, liberi professionisti, impiegati e professori universitari. Tra cui, anche il docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici del Politecnico di Milano Stefano Caserini. «Il sistema cooperativo», afferma Caserini, «è una formula valida per mobilitare il necessario cambiamento energetico, imposto dalla limitatezza di quello attuale che si basa sui sistemi fossili come gas, carbonio e petrolio. Risorse», spiega il professore, «non solo altamente inquinanti, ma anche destinate a esaurirsi nel corso del tempo. Per questa ragione, mi sembrava un buon investimento affidarsi a una cooperativa seria e trasparente come quella messa in piedi da Mariano, perfettamente in linea con lo spirito sul risparmio energetico delle macropolitiche economiche».

ECONOMIA ALTERNATIVA – Diversi i modi per entrare a far parte di Retenergie. Le sottoscrizioni si possono fare direttamente sul sito e si entra a far parte dell’azionariato popolare proposto dalla cooperativa. Dalla partecipazione diretta, con una quota sociale minima per i sovventori di 550 euro intoccabile per almeno dieci anni, che permette a chi non ha le possibilità di costruirsi un impianto proprio di diventare comproprietario di quelli della cooperativa e di dividersi gli utili a fine anno. «Da gennaio 2012», svela Mariano, «apriremo anche la strada dei prestiti sociali, rivalutando il denaro che ci verrà messo a disposizione con interessi fissi del 3%». Oppure, con un’adesione da 50 euro, che mette a disposizione per questa tipologia di soci diversi servizi energetici tra cui la consulenza per le certificazioni energetiche e la riqualificazione degli edifici.

DEONTOLOGIA DELL’ENERGIA PULITA – Per realizzare la filiera dell’energia pulita, tuttavia, la cooperativa si è anche data delle regole contenute in un codice etico redatto dagli stessi soci, che forniscono tutte le direttive su come gli impianti debbano essere realizzati. Indicazioni precise, non solo per la produzione energetica ma anche per la salvaguardia del pianeta. «Ad esempio», spiega Mariano, «per quello che riguarda il fotovoltaico noi siamo assolutamente contrari agli impianti a terra perché riteniamo che il terreno debba essere utilizzato per altri scopi e non per produrre energia. Del resto, ci sono tanti tetti a disposizione e quindi noi lavoriamo su quelli, cercando di affittarli per vent’anni. A volte, riuscendo persino a pagare il diritto di superficie, in cambio degli interventi energetici che ci facciamo sopra. Oppure», conclude Mariano, «per il settore idroelettrico abbiamo intenzione di mettere impianti solo su siti già antropizzati, senza nessun tipo d’intervento sui corsi d’acqua che preveda nuove tubazioni. Per questo motivo lavoriamo solo su canali irrigui, acquedotti e manufatti preesistenti dove noi andiamo soltanto ad appoggiarci per applicare i nostri impianti di produzione».

Carlotta Clerici – Corriere.it – 11/11/11


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Italia 2020, un Paese senza mestieri.

5 novembre 2011

A rischio 385 mila posti di lavoro
Cgia di Mestre: allarme estinzione per sarti e falegnami. Mancato turn over di saperi e competenze

MILANO – Trovare un falegname tra dieci anni? Per chi vive in città sarà come cercare un ago in un pagliaio. Andrà meglio con gli elettricisti? Macché. Soprattutto ristrutturare casa diventerà una corsa a ostacoli. Pochi piastrellisti e stuccatori. Rifare la facciata del palazzo? Bisognerà per forza di cose affidarsi alla manodopera immigrata che almeno mitiga questa fuga dai mestieri. Mancheranno i ponteggiatori. Manovali e carpentieri saranno merce rara. Ma almeno avremo a disposizione chi ci dà una mano con le faccende domestiche? Tutt’altro. Addetti alle pulizie con il contagocce, colf e badanti per i più anziani avranno maggiore potere contrattuale in un mercato in cui la domanda crescerà esponenzialmente (per via dell’invecchiamento della popolazione) e l’offerta comincerà a latitare, se non adeguatamente compensata da una massiccia immigrazione.

Il RAPPORTO – Scrive la Cgia di Mestre che nell’Italia del 2020 c’è il rischio di un mancato ricambio per oltre 385mila posti di lavoro. Una città di piccole-medie dimensioni a rischio estinzione. I saperi e le competenze manuali – tradizionalmente trasmesse per via ereditaria – dilapidate in poco più di una generazione. Dai baby-boomers ai Millennials, da una società che da agricola diventava industriale (e manifatturiera) a una post-terziaria il conto alla cassa sembra poter dare ragione ai detrattori della cosiddetta economia dei servizi. «Tornare alla terra!», il grido che da più parti comincia a sollevarsi per riappropriarsi di uno stile di vita, per così dire, più bucolico, sembra riverberarsi anche sulle dinamiche occupazionali. Mancheranno gli allevatori di bestiame nel settore zootecnico e anche i braccianti agricoli.

FUGA DALL’ARTIGIANATO – Ma sono soprattutto i mestieri manuali dell’artigianato a determinare questo «smottamento» di competenze. Nell’Italia che sul tessile e sul manifatturiero ha costruito la sua crescita economica il risultato è che si troverà sempre più con il lanternino sarti, pellettieri, valigiai, borsettieri. Con inevitabili ricadute sulla produttività e sull’export. Dice Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia, che il problema è culturale: «Bisogna rivalutare il lavoro manuale e le attività imprenditoriali che offrono queste opportunità. Per molti genitori – prosegue – far intraprendere un mestiere al proprio figlio in un’azienda artigiana è l’ultimo dei pensieri. Si arriva a questa decisione solo se il giovane è reduce da un fallimento scolastico». In attesa di una rivoluzione culturale qualcosa si muove in termini legislativi. Il Testo Unico per l’apprendistato – diventato operativo alla fine di ottobre anche se in attesa di tutti i decreti attuativi – incentiva le aziende assumere giovani con questo particolare contratto di inserimento, consentendo particolari vantaggi fiscali e contributivi. Ancora poco, se mancano i giovani potenzialmente interessati

Fabio Savelli
CORRIERE.IT – 05 novembre 2011


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Esplode la bici-mania, l’Italia riscopre le due ruote.

26 ottobre 2011

di Erika Tomasicchio
Nell’ultimo decennio l’uso della bicicletta nella penisola è triplicato. Si pedala anche 3-4 volte la settimana, per fare un po’ di moto e battere il caro-benzina. Nelle città decolla il bike sharing e crescono le iniziative per i ciclisti.

Tutti pazzi per la bici. Leggera, dinamica e poco ingombrante, la bicicletta è l’alleata ideale per sconfiggere il traffico cittadino. Gli italiani dimostrano di apprezzarla sempre di più: negli ultimi dieci anni il suo utilizzo nei giorni feriali è più che triplicato. Se nel 2001 il club degli amanti delle due ruote contava il 2,9% della popolazione, in base alle stime Istat, oggi circa il 9% di chi si sposta per le vie della città lo fa pedalando, in barba alle lunghe code d’auto e allo stress da parcheggio. A rivelarlo è un sondaggio svolto da IRP Marketing per Legambiente, su un campione di circa mille persone.

Come i cinesi. Gli appassionati della bici si dividono in due categorie. C’è chi la usa abitualmente come mezzo di trasporto, muovendosi in sella almeno 3 o 4 volte la settimana: i cosiddetti ‘frequent biker’ che costituiscono il 9% della popolazione, pari a 5 milioni di italiani. Accanto a loro troviamo i ciclisti saltuari. Forse più pigri. Di certo più restii a rinunciare all’auto, o alla comodità di salire su un mezzo pubblico, come bus e metro, e giungere senza sforzo a destinazione. Usano la bici non più di una o due volte ogni sette giorni, magari per fare la spesa o andare a prendere i bimbi a scuola. Si tratta del 14% degli intervistati, che insieme ai ‘frequent biker’ raggiungono circa un quarto degli abitanti del Belpaese. Un esercito silenzioso, composto soprattutto di uomini, di tutte le età. Quasi tutti settentrionali che vivono in comuni di media grandezza, lontani dal caos delle metropoli. Solo l’1% dei ‘pedalatori abituali’, infatti, risiede al Sud e nelle isole. Diversa la situazione al Centro: qui, se da un lato è quasi impossibile usare spesso la bici nei giorni feriali (il sondaggio riporta lo 0% di ‘frequent biker’), dall’altro comunque non si rinuncia a montare in sella, quando se ne ha la possibilità: i ciclisti occasionali si attestano al 23%, molto più del resto d’Italia.

Una sana abitudine. Ma per quale motivo si sceglie di muoversi in bici? La ragione principale è «perché fa bene alla salute» (secondo il 35% di chi ha risposto alle domande).

Se è vero che un giro in sella tiene alla larga dagli acciacchi e riattiva il metabolismo, in alcuni casi però, la necessità si fa virtù, e pedalare in giro per la città si riscopre «il miglior mezzo per trascorrere il tempo libero» (25%). Al successo delle due ruote, tuttavia, contribuisce anche la crisi. Un giro in mountain bike costa molto meno di un tratto percorso in auto, e aiuta a sconfiggere il caro-benzina (17%). Non ultimo, tra gli stimoli a tornare a pedalare, c’è il rispetto per l’ambiente. La bici è il mezzo eco-friendly per antonomasia, privo di emissioni e a impatto zero. Senza considerare poi, che è perfetto per dribblare il traffico, più agile rispetto agli scooter. Anche se in realtà, proprio nei grandi centri dove ce ne sarebbe più bisogno, sono in pochi a crederci, con l’86% degli intervistati che sottolinea di utilizzare la bici solo in rare occasioni, o di non usarla affatto.

A scoraggiare è soprattutto la mancanza di sicurezza: la stragrande maggioranza del campione sostiene che si muoverebbe in bicicletta se ci fosse una rete di itinerari protetti nella propria città (43%). In molti (42%) si sentirebbero più invogliati se ci fosse meno traffico per le strade, e tratti più brevi da percorrere. Ma c’è anche chi lamenta la mancanza di strutture dedicate in cui depositare la bici (19%); chi vorrebbe portarla con sé sul treno o sul bus (13%); e infine chi lascia perdere per evitare di respirare smog e polveri sottili lungo il tragitto (11%).

Città a misura di bici. Nonostante ci sia ancora molta strada da fare, le città si stanno attrezzando già da alcuni anni per far fronte alla nuova tendenza. Secondo ‘Good Bikes’, un’altra inchiesta di Legambiente, in un centinaio di comuni della penisola è attivo un servizio di bike sharing (noleggio di bici pubbliche), con circa 4mila biciclette a disposizione e 40mila utenti abituali. Si moltiplicano inoltre in tutta Italia, le misure a favore della mobilità ecologica. A Ferrara è stata introdotta la ‘Carta ciclabile’, uno stradario delle piste ciclabili presenti sul territorio. A Torino e Reggio Emilia c’è ‘Zona 30′: una serie di aree con un limite di velocità ridotto, per consentire alle biciclette di circolare più facilmente. A Modena si possono trovare diversi depositi protetti gratuiti. Cresce inoltre il fenomeno del cicloturismo. Sul sito della Fiab, la Federazione italiana amici della bicicletta, sono consultabili i percorsi delle grandi reti cicloturistiche europee, nazionali e regionali, oltre ad alcuni consigli pratici per chi abbia voglia di girare il mondo in sella alle due ruote.

Repubblica.it – Erika Tomasicchio – 26 ottobre 2011


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“Re Giorgio”

3 dicembre 2011 – 13:22

L'omaggio del New York Times a Napolitano. Il quotidiano dedica ...

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Dopo diciassette anni sipario sulla videocrazia

13 novembre 2011 – 12:15

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Retenergie, le rinnovabili si fanno in cooperativa.

11 novembre 2011 – 16:43

Nato nel 2008 a Cuneo un progetto di «energia democratica». conta ...

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Italia 2020, un Paese senza mestieri.

5 novembre 2011 – 18:02

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Foreste sostenibili e boschi certificati

26 ottobre 2011 – 11:52

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