Appunti di Alberto Giustolisi
Scritto da admin il 9 marzo 2008La Città delle Bambine e dei Bambini
Immaginare progetti e percorsi di crescita per l’infanzia e l’adolescenza è come immaginare la Città che vogliamo e la Città del futuro.
Le parole che sono utilizzate per descrivere questa suggestione sono che “le giovani generazioni sono gli adulti di domani” e, quindi, se ci interessa che i cittadini e le società di domani siano migliori e possano godere di una qualità della vita sufficiente, dobbiamo agire con politiche che si occupino del loro benessere e rendere disponibili percorsi di crescita che li accompagnino verso la maturità e l’età adulta della responsabilità.
Tutto ciò è giusto ma non è sufficiente. In realtà le bambine ed i bambini, le ragazze ed i ragazzi sono cittadini di oggi, sono titolari di diritti che devono essere garantiti. Lavorare per garantire che vivano secondo le loro esigenze significa quindi costruire la Città dell’oggi, con la consapevolezza che si sta costruendo la Città di tutti.
Città sane, città sostenibili: un ambiente a misura dei più piccoli, sereno, dove ci si può muovere con facilità e sicurezza, dove si possono sviluppare relazioni e sperimentare scoperte nell’incontro con gli altri, è sicuramente un ambiente senza discriminazioni tra i sessi, adatto anche agli anziani, a chi è diversamente abile, a chi è debole o svantaggiato, è un ambiente a misura di tutti i cittadini.
E’ necessario pertanto riuscire a smettere di concepire infanzia e adolescenza come stati di vita “minori”, incompiuti e problematici per iniziare davvero a farsi carico e dare ascolto, ma anche riconoscimento alle esigenze di sviluppo delle nuove generazioni.
Un Programma degli intenti pubblici verso i più giovani è quindi, nello stesso tempo, una necessità che si pone nell’agone dei più importanti atti programmatici di un Comune, come la delibera programmatica del Piano Regolatore, e ne costituisce il necessario completamento nonché, per certi aspetti, ispirazione e conferma, riconoscendo il diritto dei più piccoli a partecipare alla costruzione dei programmi urbanistici e avere gli strumenti necessari per scoprire la volontà educativa della propria città.
Questo atto si pone nel solco tracciato, a suo tempo, dalla legge 28 agosto 1997, n. 285 “Disposizioni per la promozione di diritti e opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”, che ha il dichiarato obiettivo di “sviluppare, attraverso interventi innovativi, condizioni che consentano di promuovere positivamente i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e di assicurare ai cittadini di minore età quelle opportunità indispensabili per un adeguato processo di sviluppo umano che porti alla costruzione di personalità compiute”.
La legge chiama a mobilitazione tutti i livelli delle pubbliche amministrazioni perché siano punto di riferimento per progettazioni e realizzazioni concertate e condivise con tutti gli attori di questi processi.
Una compiuta definizione di solidarietà rimanda a due categorie di azioni: la prima per la costruzione di condizioni per la realizzazione di relazioni umane significative, e la seconda per la promozione dei diritti.
Infatti l’esperienza ci fa affermare che queste politiche sono vitali l’una per gli obiettivi dell’altra. Le azioni di sviluppo comunitario, antagoniste alla solitudine e alla esclusione sociale, non possono consolidarsi se non in un quadro che garantisca l’effettività dei diritti, soprattutto dei più svantaggiati. Così, specularmente, la conquista della possibilità dell’esercizio ugualitario dei diritti può essere garantita solo dalla presenza di una rete di relazioni sociali e culturali diffusa nella comunità che la difenda e che la riconosca come condizione di sopravvivenza della comunità stessa.
La comunicazione sociale è allora il processo che più di tutti deve essere oggetto di investimenti e di riflessioni, sotto tutti i punti di vista, compreso quello strutturale – urbanistico. Diventa infatti centrale, in questa prospettiva, agire per un’idea di Città che facilita la mobilità sicura anche per chi porta con sé svantaggi anche lievi, psicosociali o fisici che siano, e che valorizza e sostiene i luoghi ed i percorsi dell’aggregazione dei cittadini di tutte le età, con attenzione intergenerazionale ed alle differenze di genere.
Le politiche per l’infanzia e per l’adolescenza, e per le famiglie, agiscono quindi in questo quadro programmatico e sono attuative di questi intenti.
In particolare, con queste linee programmatiche si vogliono definire:
- gli itinerari, le linee guida e l’impianto metodologico per la costruzione del progetto ” città educativa”;
- il quadro programmatico per le “anticipazioni” del progetto, in quell’ottica del “fare facendo” che considera il progetto un documento politico-metodologico che nei suoi contenuti operativi è però dinamico, ed è quindi continuamente aggiornato dagli eventi grandi e piccoli che movimentano la quotidianità di una comunità.
Questo è un cappello introduttivo di una qualsiasi cittadina che a suo tempo ha aderito al’impianto della legge 285/97. Sondrio ha condotto la partita con altri due comuni della Provincia con i quali ha costruito un modello partecipativo ancor visibile in una cartellonistica diffusa per la città nei pressi delle scuole primarie e in alcune realizzazioni di spazi cittadini. Un pool di architetti volontari, coordinati da un progetto del Comune e da un sindaco che ci ha creduto, ha lavorato nelle scuole primarie della città favorendo la partecipazione di insegnanti e soprattutto alunni nella costruzione della propria città sostenibile.
Questo fino al 2003, anno in cui da un punto amministrativo si è tornati al medioevo e del progetto più nulla si è saputo. Evidentemente il concetto di democrazia partecipata a taluni amministratori non compete e la scuola in generale non è foriera di contenuti politico amministrativi forti verso le amministrazioni in generale.
Però ultimamente l’eccesso di mobilità veicolare in Sondrio preoccupa nuovamente le scuole della città: alcuni dirigenti scolastici hanno chiesto esplicitamente ai genitori di evitare l’uso dell’auto per ritirare i propri figli da scuola, poiché ciò genera una gran confusione e un rallentamento delle normali operazioni di deflusso. Forse una ripresa dello slogan fondamentale della campagna sondriese della legge 285/97 farebbe bene a molti:
a scuola andiamo da soli!
La speranza è che la nostra futura amministrazione torni a riflettere con le bambine ed i bambini, con dirigenti scolastici e insegnanti sul grande tema della progettazione partecipata.
Pubblicato in Sociale | Commenti disabilitati

