Tibet, un braccio di ferro per l’identità

Scritto da Bonnie il 7 aprile 2008

Tibet, un braccio di ferro per l’identità cominciato con la Rivoluzione di Mao
Oggi il Dalai Lama in esilio afferma di non volere l’indipendenza politica ma solo una reale autonomia. MILANO – Prima la rivolta anti-cinese di metà marzo. Poi i tedofori con la fiaccola a Londra e a Parigi aggrediti al grido «Tibet libero!». Che cosa succede sul Tetto del mondo? Perché il Dalai Lama vive in esilio? Quali sono gli obiettivi del suo movimento?

UN PO’ DI STORIA – I cinesi affermano che il Tibet è sempre stato parte del loro impero. I tibetani invece rivendicano un’indipendenza che, affermano, affonda la legittimità nella Storia. Ora, i tibetani di fatto hanno conosciuto secoli di alterne vicende, con periodi di totale indipendenza e periodi di sottomissione ai potentati del tempo (per esempio alla Cina dominata dai mongoli) sempre, però, mantenendo una quasi completa autonomia amministrativa. È soltanto nel Diciottesimo secolo, quando a Pechino regna la dinastia mancese dei Qing (l’ultima della Cina imperiale), che il Tibet entra a far parte politicamente del Celeste impero. È allora che il sistema di governo con al vertice un Dalai Lama (una specie di Papa buddista) viene ratificato dall’Imperatore cinese (per la cronaca: Qianlong) e che in Tibet, come monito nei confronti di possibili invasori, stazionano permanentemente delle truppe di Pechino.

L’INDIPENDENZA – Per il resto, i tibetani sono liberi di vivere la loro vita e amministrarsi liberamente. Un sistema che andrà avanti senza particolari scossoni fino al 1911 quando, con la caduta della dinastia Qing e la nascita della Repubblica, il Tibet dichiarerà la propria indipendenza formale. Grazie al fatto che la Cina sarà tormentata per decenni da instabilità, guerra civile, invasioni (occidentali e giapponesi), Lhasa riuscirà a mantenersi di fatto indipendente fino al 1949. È la Rivoluzione maoista che cambia tutto: un anno dopo aver preso il potere, il Grande Timoniere invia il suo esercito a «riconquistare» un territorio che considera parte della Cina. L’arrivo dei comunisti, tuttavia, oltre a far perdere l’autonomia, comporta, per la prima volta, un cambiamento dello stile di vita dei tibetani (legati a tradizioni ancestrali, definite da Mao «medioevo»). Nel 1959, una rivolta anti-cinese repressa nel sangue costringe il giovane Dalai Lama (Tenzin Gyatso) a fuggire in India: da allora ha inizio il suo esilio. Più avanti, nel corso della Rivoluzione culturale (1966-1976), le Guardie Rosse porteranno gravi distruzioni e molti lutti in Tibet. La morte di Mao, per contro, riporterà una calma relativa sull’Himalaya.

LA SITUAZIONE OGGI – Il Tibet è oggi una Regione autonoma della Repubblica popolare cinese (Xizang zizhiqu). Sulla carta gode di autonomia amministrativa e culturale. Di fatto, la sua «indipendenza» non è minimamente paragonabile al «pacchetto» che regola per esempio i rapporti tra Stato italiano e Alto-Adige (che è stato spesso citato a esempio per una possibile soluzione della contesa). Pechino, insomma, ha voce in capitolo attraverso il suo «rappresentante» speciale, che è il segretario del locale Partito comunista: a lui spetta l’ultima parola su tutto. Perché è scoppiata la rivolta? In parte le ragioni vanno cercate nella contingenza politica. I riflettori delle Olimpiadi hanno spinto i monaci e altri attivisti a manifestare sapendo di ottenere così l’attenzione del mondo. Ma in parte la situazione è resa critica dal progressivo aumento di residenti di etnia cinese nelle città tibetane: una specie di corsa all’Ovest (accade anche nella provincia dello Xinjiang) facilitata dalla recente apertura della ferrovia Pechino-Lhasa. I tibetani vedono l’arrivo dei cinesi come una minaccia all’omogeneità etnica e culturale del loro mondo. I cinesi, dal canto loro, vedono nel Tibet una regione con buone possibilità di sviluppo.

IL DALAI LAMA – Il Dalai Lama, dal suo esilio di Dharamsala, in India, ha più volte detto e ripetuto che non vede con favore il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino. Si dice disposto a trattare su tutto e, come capo del governo tibetano in esilio, afferma di non volere l’indipendenza politica dalla Cina ma solo una reale autonomia. La rivolta delle scorse settimane è stata spiegata con l’impazienza della nuova generazione di tibetani che non credono alla non violenza e spingono per uno scontro aperto. Pechino di fronte a questa situazione, ha irrigidito i toni, mostrando i muscoli. Non è detto, tuttavia, che segretamente, non cerchi un accordo con l’unico esponente tibetano che potrebbe garantire fedeltà alla Cina in cambio di maggiore autonomia. La partita è tutt’altro che risolta.

Paolo Salom
07 aprile 2008
fonte: corriere.it


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