Immigrazione. Un passo avanti (e un dubbio)
Scritto da Nicola il 9 gennaio 2010Il provvedimento riguardante la formazione delle classi, varato ieri dal ministro della Pubblica Istruzione, non è soltanto ispirato a un condivisibile buon senso, ma è anche ormai urgentissimo affinché istruzione e integrazione possano andare, se non proprio di pari passo, almeno di buon accordo. Da settembre, dunque, per evitare che si moltiplichino i casi di classi-ghetto dalle quali gli scolari italiani sono quasi del tutto spariti, il numero di stranieri per ogni sezione non potrà superare il 30 per cento degli alunni. Se questo tetto viene oltrepassato, e succede spesso e in molte scuole, ne soffre non solo la didattica, ma anche l’ integrazione dei piccoli stranieri. Ovvio, infatti, che in una classe nella quale raggiungono o superano il 50 per cento, tendono a giocare, a fraternizzare con i bambini che vedono in qualche modo simili a loro, a maggior ragione se in soprannumero; e la mescolanza vera, proficua, indispensabile per un futuro di convivenza armoniosa resta un miraggio. Quel che è altrettanto grave e carico di conseguenze è che, contemporaneamente, ne risente il livello di istruzione dell’intera classe: per portare il gran numero di alunni stranieri in pari con quelli italiani si rallentano i tempi della didattica.
Certo non tutto si risolve con un provvedimento, perché se il lavoro di integrazione non continua anche fuori della scuola, con le famiglie immigrate isolate nei palazzoni popolari dai quali gli inquilini italiani, appena possono, tentano di andarsene, la battaglia è comunque persa. Ma il provvedimento—e anche questo è un dettaglio non da poco —non specifica neppure il modo in cui dovrebbe venire individuata la percentuale di alunni cosiddetti stranieri, considerando che, almeno a livello di scuole elementari, la quasi maggioranza di loro è ormai nata in Italia, a volte anche con cittadinanza italiana, senza, però, che per questo necessariamente parlino la nostra lingua come i loro coetanei con genitori e nonni italiani. Il primo passo, insomma, è stato fatto e la teoria è stilata; ora si dovrà fare il secondo e più difficile, mettere cioè in pratica il decreto. E sarà lavoro—impervio—di direttori e presidi.
C’è però una cosa ancora da dire e riguarda un dubbio, forse con qualche fondamento, forse soltanto malizioso. Sarà stata una coincidenza che il ministro Gelmini l’abbia licenziato proprio l’indomani della rivolta degli immigrati di Rosarno? O non sarà stata invece una scelta voluta per ingraziarsi l’estesissimo e trasversale partito di chi gli stranieri li vorrebbe tutti a casa loro, salvo impiegare, pagandoli il meno possibile, quelli che servono per pulire le case, curare gli anziani, badare ai bambini, lavare i piatti nei ristoranti e raccogliere pomodori nei campi? Speriamo di no.
Isabella Bossi Fedrigotti – Corriere.it
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