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	<title>Sondrio2020 &#187; News</title>
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		<title>I conti delle città.</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 10:22:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Centrali elettriche e casinò
Se il Comune fa l&#8217;azienda
Il miracolo di Ussita, nelle Marche, in vetta alla classifica delle entrate Tra le grandi, Roma supera Milano
ROMA — La domenica mattina il sindaco è in ufficio. Siamo in piena estate, ma la stagione turistica invernale è dietro l’angolo. C’è da seguire il progetto del palazzo del ghiaccio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Centrali elettriche e casinò<br />
Se il Comune fa l&#8217;azienda</p>
<p>Il miracolo di Ussita, nelle Marche, in vetta alla classifica delle entrate Tra le grandi, Roma supera Milano</p>
<p>ROMA — La domenica mattina il sindaco è in ufficio. Siamo in piena estate, ma la stagione turistica invernale è dietro l’angolo. C’è da seguire il progetto del palazzo del ghiaccio e curare la manutenzione delle seggiovie. E poi la rete del gas, le centrali idroelettriche, i pannelli solari… Più che il sindaco, il primo cittadino di Ussita, 426 anime in provincia di Macerata, è l’amministratore delegato di un’azienda. Il bilancio del suo Comune è da leccarsi i baffi. Ogni anno entrano in cassa 6 milioni di euro: tre milioni e mezzo dalla produzione di energia elettrica, un milione dalla stazione sciistica, e qualche soldarello anche dalla gestione del gas. «Quando devo fare i conti», confessa Sergio Morosi, «non aspetto certo di conoscere quello che mi deve arrivare dallo Stato». Sfido: i trasferimenti pubblici non rappresentano che un quattordicesimo di tutti gli incassi. Morosi dice che questo si deve alla lungimiranza di un altro sindaco, Nicola Rinaldi, classe 1914, che fu deputato democristiano nel 1963 e del quale l’attuale primo cittadino è stato segretario. Fu lui a investire nell’elettricità. E ora si continua su quella strada. Sentite Morosi: «Stiamo acquistando un impianto fotovoltaico fuori dal territorio comunale. Cosa volete, se vogliamo finanziarci non possiamo che fare in questo modo. Diversamente i piccoli comuni sono destinati a sparire». E diversamente, si potrebbe aggiungere, Ussita non potrebbe nemmeno essere il Comune italiano con la spesa corrente pro capite più elevata (10.369 euro), ad eccezione di Campione d’Italia.</p>
<p>E allora le multe<br />
Inutile dire che nel panorama dei municipi italiani un caso così è piuttosto raro. Perché se Ussita ricava da attività per così dire «collaterali» addirittura l’86% dei propri introiti, superato anche qui solo da Campione d’Italia, le entrate indipendenti dalle tasse locali o dai trasferimenti pubblici incidono nei bilanci comunali mediamente per il 20%. Si tratta di voci che vanno dalle rette scolastiche ai trasporti, dai dividendi dei pacchetti azionari alle concessioni, fino agli interessi sugli investimenti finanziari. Vero è che con questi chiari di luna ciascuno si arrangia come può. Le contravvenzioni, per esempio. Secondo uno studio condotto dalla fondazione Civicum, è Firenze la città più severa con gli automobilisti indisciplinati. Nel 2007 ha incassato 134 euro per ognuno dei suoi 356 mila residenti. Una bella batosta, che ha portato nelle casse del capoluogo toscano 47 milioni di euro. Ma è niente in confronto a Roma, che ha intascato con le contravvenzioni quasi 320 milioni: 125 euro ad abitante, cifra che colloca i romani al secondo posto nella classifica dei più multati. Al terzo i bolognesi (119 euro ciascuno), per un introito municipale di 44 milioni, e al quarto i milanesi (106 euro). Mentre a Napoli, notoriamente una delle città meno disciplinate dal punto di vista del traffico, l’incasso delle multe si fermava a 65 milioni, cioè 66 euro per cittadino, meno della metà di Firenze. Per non parlare di Palermo: 49 euro.</p>
<p>Ci sono poi Comuni che riescono a far fruttare bene i loro mattoni. Ma sono pochi. Qualcuno, al Sud, ci rimette. Una indagine del 2007 della Corte dei conti sul patrimonio edilizio della Campania (su dati del 2003) ha rivelato che il Comune di Napoli era stato capace di perdere 16 milioni pur possedendo decine di migliaia di unità immobiliari. E non è un caso che le classifiche dei municipi più poveri siano piene di località del Mezzogiorno. Esemplare il caso di Ravanusa, 12.819 anime a 50 chilometri da Agrigento: appena 171 euro a testa di entrate tributarie e 12 di extratributarie. Ma riceve 542 euro pro capite di trasferimenti dallo Stato e dalla Regione e spende 746 euro per residente. Più assistenza che efficienza, una distanza siderale dai comuni che sembrano aziende. Non solo la citata Ussita. Per molte amministrazioni, soprattutto al Nord, le aziende locali sono una vera manna. Brescia, nel 2008, con gli utili delle società municipalizzate ha incassato 84 milioni. Nello stesso anno Milano 105 milioni. Ma il capoluogo della Lombardia può contare soprattutto sui proventi dei servizi pubblici: 253 milioni. Al pari di Campione d’Italia, anche Venezia ha poi un autentico tesoro: il casinò, che nel 2008 ha fruttato circa 190 milioni.</p>
<p>A Maiolati Spontini, paese con 5.979 residenti che diede i natali al compositore Gaspare Spontini, non ci sono invece né slot machine né roulette né tavoli da baccarà. Ma una discarica per rifiuti urbani e industriali che fa intascare al municipio qualcosa come 6 milioni l’anno, a dimostrazione del fatto che il denaro non ha odore. Maiolati è stato premiato dal ministero dell’Economia come il Comune più virtuoso d’Italia. Medaglia d’argento Sirmione, che può contare su consistenti entrate dell’Ici per la seconda casa ma anche sui ticket dei parcheggi: 3 milioni per ognuna delle due voci. «Il 70% di tutte le entrate correnti», ha spiegato il sindaco Alessandro Mattinzoli ad Antonella Baccaro del Corriere. E, gonfiando il petto: «Qui non si è mai pagata l’addizionale Irpef». In più, rispetto a Sirmione, Livigno (Sondrio) può godere dello status di zona franca, una calamita per il «turismo commerciale ». Ma la graduatoria delle cosiddette entrate «extratributarie» delle città è guidata da Roma. Dove nel 2008, dice l’assessore al Bilancio Maurizio Leo, parlamentare del Pdl, «ai 70 milioni dei dividendi dell’Acea, che nel 2009 non ci sono stati, si sono sommate le entrate del condono edilizio».</p>
<p>E veniamo ai tributi locali. L’abolizione dell’Ici sulla prima casa ha fatto comprensibilmente infuriare le amministrazioni comunali di tutta Italia perché hanno perso la fetta forse più grossa di autonomia impositiva. Quella che dovrebbero conquistare pienamente con la riforma federalista e il decreto legislativo ad hoc promesso dal governo, anche se i dati di bilancio dimostrano non solo che ci vorrà un fondo perequativo tra comuni ricchi e poveri, ma anche che per molti municipi, soprattutto nel Sud, la sfida della autonomia impositiva sarà dura: ci vorrà decisione nel chiedere le tasse ai compaesani e nel punire gli evasori.</p>
<p>Non resta che la Tarsu<br />
Per ora, oltre all’Ici sulle seconde case, che è stata risparmiata, restano, è vero, altre tasse: quella sui rifiuti, sull’occupazione degli spazi pubblici, sulle insegne e la pubblicità e l’addizionale Irpef. Quest’ultima però ogni tanto viene bloccata dal governo per impedire che la pressione fiscale salga troppo. Adesso è ferma da un paio d’anni. Tranne in un caso: quello di Palermo. Un anno fa, per tappare la voragine aperta dall’azienda dei rifiuti, il sindaco ottenne dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi un’ordinanza che gli ha consentito di raddoppiare l’addizionale dallo 0,4% allo 0,8%. Anche se pochi mesi dopo l’amministrazione ha deciso di fare retromarcia su una misura così impopolare. Va detto che per scelta alcuni Comuni non hanno mai voluto introdurre l’addizionale sull’Irpef. Come Milano, che però può contare su cospicue entrare «alternative»: per esempio, come si è visto, i dividendi delle imprese pubbliche locali.</p>
<p>Il capoluogo lombardo, tuttavia, è dopo Torino quello che ha l’indebitamento pro capite più elevato. Secondo il ministero dell’Interno, nel 2008 ogni cittadino milanese aveva sulle spalle una esposizione con le banche e con la Cassa depositi e prestiti di 2.938 euro. I torinesi 3.450 euro, contro una media nazionale di 1.207. Al terzo posto, secondo la classifica pubblicata dal Sole24 ore, Siena, con 2.515 euro. Ma i senesi possono dormire sonni tranquilli: più della metà di quei debiti sono coperti ogni anno dai contributi della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, l’ente che controlla una delle principali banche italiane. Grazie a questo introito la città è al secondo posto nella graduatoria delle entrate extratributarie.</p>
<p> Il combinato disposto dell’abolizione dell’Ici prima casa e del blocco dell’Irpef ha avuto l’effetto di far lievitare la tassa sui rifiuti, l’unico tributo di una certa consistenza rimasto in mano ai sindaci. Lo scorso anno la Tarsu è salita mediamente del 23,1%. Una stangata di quasi 30 euro per ogni cittadino, che invece di 127,6 euro ne ha dovuti pagare 157,1. La botta più grossa l’hanno presa i beneventani, con un aumento del 70,2%. In quella città la tarsu è arrivata a 286 euro. Ma nemmeno a Napoli si scherza: 203 euro, con un aumento del 50,4%. Con quali risultati si sa. </p>
<p>Enrico Marro<br />
Sergio Rizzo<br />
Corriere.it &#8211; 26 luglio 2010</p>
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		<title>Il solare costa meno del nucleare.</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 15:31:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sorpasso al prezzo di 0,16 dollari a chilowattora. L&#8217;energia atomica costerà sempre di più
Un articolo del New York Times su uno studio americano
Il sorpasso al prezzo di 0,16 dollari a chilowattora. L&#8217;energia atomica costerà sempre di più
I costi di energia solare e atomica (da Ncwarn.org)
NEW YORK &#8211; Oggi negli Stati Uniti la produzione di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sorpasso al prezzo di 0,16 dollari a chilowattora. L&#8217;energia atomica costerà sempre di più<br />
Un articolo del New York Times su uno studio americano</p>
<p>Il sorpasso al prezzo di 0,16 dollari a chilowattora. L&#8217;energia atomica costerà sempre di più</p>
<p>I costi di energia solare e atomica (da Ncwarn.org)<br />
NEW YORK &#8211; Oggi negli Stati Uniti la produzione di energia solare costa meno di quella nucleare. Lo afferma un articolo pubblicato il 26 luglio sul New York Times, che riprende uno studio di John Blackburn, docente di economia della Duke University. Se si confrontano i prezzi attuali del fotovoltaico con quelli delle future centrali previste nel Nord Carolina, il vantaggio del solare è evidente, afferma Blackburn. «Il solare fotovoltaico ha raggiunto le altre alternative a basso costo rispetto al nucleare», spiega Blackburn, nel suo articolo Solar and Nuclear Costs &#8211; The Historic Crossover, pubblicato sul sito dell’ateneo. «Il sorpasso è avvenuto da quando il solare costa meno di 16 centesimi di dollaro a kilowattora» (12,3 centesimi di euro/kWh). Senza contare che il nucleare necessita di pesanti investimenti pubblici e il trasferimento del rischio finanziario sulle spalle dei consumatori di energia e dei cittadini che pagano le tasse.</p>
<p>COSTI FOTOVOLTAICO IN DISCESA &#8211; Secondo lo studio di Blackburn negli ultimi otto anni il costo del fotovoltaico è sempre diminuito, mentre quello di un singolo reattore nucleare è passato da 3 miliardi di dollari nel 2002 a dieci nel 2010. In un precedente studio Blackburn aveva dimostrato che se solare e eolico lavorano in tandem possono tranquillamente far fronte alle esigenze energetiche di uno Stato come il Nord Carolina senza le interruzioni di erogazione dovute all’instabilità di queste fonti. </p>
<p>COSTI NUCLEARE IN CRESCITA &#8211; I costi dell&#8217;energia fotovoltaica, alle luce degli attuali investimenti e dei progressi della tecnologia, si ridurrà ulteriormente nei prossimi dieci anni. Mentre, al contrario, i nuovi problemi e l&#8217;aumento dei costi dei progetti hanno già portato alla cancellazione o al ritardo nei tempi di consegna del 90% delle centrali nucleari pianificate negli Stati Uniti, spiega Mark Cooper, analista economico dell&#8217;Istituto di energia e ambiente della facoltà di legge dell&#8217;Università del Vermont. I costi di produzione di una centrale nucleare sono regolarmente aumentati negli ultimi anni e le stime sono costantemente in crescita.</p>
<p>Redazione online<br />
27 luglio 2010</p>
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		<title>Buone vacanze!</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jul 2010 13:25:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<title>Biodiversità: spendi 1 guadagni 100.</title>
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		<pubDate>Sat, 22 May 2010 21:09:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel giorno in cui si celebra la biodiversità arrivano due notizie. Come al solito una è buona e l’altra è cattiva. Cominciamo con quella buona. Un rapporto delle Nazioni Unite (a cui il quotidiano The Guardian dedica metà della prima pagina) dimostra che battersi per la difesa della ricchezza delle forme di vita è anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel giorno in cui si celebra la biodiversità arrivano due notizie. Come al solito una è buona e l’altra è cattiva. Cominciamo con quella buona. Un rapporto delle Nazioni Unite (a cui il quotidiano The Guardian dedica metà della prima pagina) dimostra che battersi per la difesa della ricchezza delle forme di vita è anche più conveniente che battersi per la difesa del clima. In realtà, a voler essere pignoli, è difficile distinguere tra i due obiettivi visto che i cambiamenti climatici rappresentano la principale minaccia per la biodiversità. Si tratta di due angolazioni diverse per osservare lo stesso problema.<br />
Lord Nicholas Stern, l’ex chief economist della Banca Mondiale, aveva calcolato con il suo celebre rapporto, recentemente aggiornato, che per ogni euro investito in misure di protezione climatica (efficienza energetica, fonti rinnovabili, foreste) si possono evitare tra i 5 e i 20 euro di danni.<br />
Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite spiega che investendo nella difesa della fertilità del suolo, della pulizia dell’aria e dell’acqua, nella protezione degli insetti impollinatori e nelle altre attività di sostegno della biodiversità si ottengono benefici che vanno da 10  a 100 volte la cifra impiegata. Di qui una serie di suggerimenti: sostenere le comunità locali che conoscono il territorio e sanno mantenerne l’equilibrio; fissare tetti per lo sfruttamento delle risorse; chiedere alle aziende rendiconti ambientali oltre che finanziari.<br />
Il tutto per un’ottima ragione economica (oltre che, volendo, etica): investendo 45 miliardi di dollari l’anno a livello globale si possono ottenere due vantaggi concreti. Il primo è che si tratta di misure vere, reali, tangibili: alberi e pannelli fotovoltaici, non speculazione finanziaria. Il secondo è che i benefici che questa operazione comporta in termini di depurazione dell’aria e dell’acqua e di altri servizi ecologici valgono tra i 4 e i 5 triliardi di dollari, cioè 100 volte più dell’investimento.<br />
La buona notizia ha richiesto un po’ di spazio perché anticipa un futuro ancora da disegnare. La cattiva notizia è più breve perché, appartenendo al passato, è in qualche modo intuibile: buona parte degli ecosistemi è in crisi e l’85 per cento dei mari e degli oceani è già danneggiato dall’attività dell’uomo ma solo 2 delle 100 maggiori aziende nel mondo credono che la riduzione della biodiversità rappresenti una minaccia strategica per il loro business. Ho la sensazione che la Bp stia con il 98 per cento.</p>
<p>Antonio Cianciullo &#8211; Repubblica.it</p>
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		<title>La trama nascosta della corruzione</title>
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		<pubDate>Sat, 15 May 2010 09:41:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MALCOSTUME DELLA POLITICA E DELLA SOCIETA’
Anche se non bisogna mai dimenticare che un conto sono i sospetti, un’altra cosa la verità, tuttavia le notizie di casi di corruzione politica stanno diventando così numerose da imporre una riflessione di ordine generale. Che però mi sembra giusto far precedere da una considerazione accessoria. E cioè che a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>MALCOSTUME DELLA POLITICA E DELLA SOCIETA’</p>
<p>Anche se non bisogna mai dimenticare che un conto sono i sospetti, un’altra cosa la verità, tuttavia le notizie di casi di corruzione politica stanno diventando così numerose da imporre una riflessione di ordine generale. Che però mi sembra giusto far precedere da una considerazione accessoria. E cioè che a ben vedere non si tratta mai soltanto di corruzione politica. Ogni episodio di corruzione politica propriamente detto, infatti, a quel che riferiscono le cronache, è sempre accompagnato da una rete di comportamenti a vario titolo oggettivamente complici: mogli che accettano tenori di vita implausibili, figli ultramaggiorenni che godono senza battere ciglio di favori come cosa dovuta, evasione fiscale generalizzata, amici che si fanno fare lavori e lavoretti da amici degli amici, ecc. ecc. </p>
<p>Insomma, tutta una trama di relazioni fondata su una personalizzazione radicale della vita sociale e insieme una vasta, capillare indifferenza alla correttezza e alla legalità. Ciò che ripropone la domanda invano sempre esorcizzata: ma che razza di società è la società italiana? Un’altra domanda ci riporta alla corruzione politica. La domanda è questa: perché da noi più che altrove la corruzione politica non sembra trovare l’ostacolo di alcuna efficace forza dissuasiva? Perché la paura di essere scoperti e quindi puniti, che dovrebbe naturalmente servire ad arginare la tentazione di cedere al richiamo del denaro facile, in Italia invece non sembra svolgere la sua funzione in misura apprezzabile? Le risposte possibili mi sembrano due, e rimandano ognuna a una profonda anomalia della nostra vita pubblica. La prima riguarda la giustizia. </p>
<p>Il nostro sistema penale- giudiziario, infatti, è ben capace di aprire indagini, ordinare intercettazioni, far scontare arresti preventivi immotivati, divulgare segreti istruttori più o meno compromettenti, e anche alla fine arrivare a rinvii a giudizio. Ma è singolarmente incapace di comminare sentenze esemplari e di farle scontare. I trent’anni di Madoff o gli ergastoli per i responsabili della Enron da noi sono impensabili. Le carceri italiane sono piene quasi soltanto di poveri diavoli, perché se si è un borghese facoltoso, come sono in genere coloro che incappano in un reato di corruzione (e cioè con un buon avvocato e buone relazioni), è rarissimo vedersi condannati in via definitiva a pene che non siano simboliche o quasi. La seconda spiegazione sta nella sciagurata legge elettorale che oggi vige nel nostro Paese. Bisogna ricordare infatti che ciò che giustamente più temono i politici non è il giudizio dei magistrati. È quello degli elettori. </p>
<p>È il non venire rieletti, e così dunque vedere cancellata la propria carriera. Ma con il «porcellum» attuale ciò è in pratica assolutamente improbabile. Il giudizio degli elettori sulla persona da eleggere, sulle sue qualità o magagne, infatti, si dà solo dove esista un qualche rapporto personale tra gli uni e l’altro: come per l’appunto avviene per laddove vige una legge elettorale maggioritaria basata su collegi uninominali (come nella Gran Bretagna). Non può darsi da noi, invece, dove, come si sa, non si votano «persone» ma «liste»: immodificabili e preconfezionate dai vertici dei partiti. In Italia, insomma, se per qualunque motivo il politico corrotto è gradito ai suoi capi può dormire sonni tranquilli: niente galera e la carriera sicura come prima.</p>
<p>Ernesto Galli Della Loggia<br />
Corriere.it &#8211; 15 maggio 2010</p>
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		<title>Scaroni: «Il solare è l&#8217;energia del futuro, ma non con queste tecnologie»</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 14:39:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ad dell&#8217;Eni ha inaugurato al Mit di Boston il Solar Frontiers Center sulle nuove tecnologie solari
«Tra 100 anni gli idrocarburi non avranno più lo stesso ruolo nella nostra vita. Il solare è l&#8217;energia del futuro, ma non con queste tecnologie»
BOSTON &#8211; L&#8217;energia solare è la rinnovabile del futuro. Ne è convinto l&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni, Paolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ad dell&#8217;Eni ha inaugurato al Mit di Boston il Solar Frontiers Center sulle nuove tecnologie solari<br />
«Tra 100 anni gli idrocarburi non avranno più lo stesso ruolo nella nostra vita. Il solare è l&#8217;energia del futuro, ma non con queste tecnologie»</p>
<p>BOSTON &#8211; L&#8217;energia solare è la rinnovabile del futuro. Ne è convinto l&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni, Paolo Scaroni, che ha inaugurato il 4 maggio al Mit di Boston il Solar Frontiers Center per promuove la ricerca sulle tecnologie solari avanzate attraverso progetti che spaziano dai nuovi materiali fotovoltaici alla produzione di idrogeno da energia solare. «Da questo progetto non ci aspettiamo risultati che impatteranno sui nostri conti economici nell&#8217;arco dei prossimi anni», ha precisato, «ma certamente il futuro è qui. Ci auguriamo che Eni possa giocare un ruolo importante nelle energie alternative che rimpiazzeranno il petrolio». </p>
<p>SOLARE &#8211; «Il petrolio un giorno finirà: non presto, ma in circa cento anni gli idrocarburi non giocheranno più lo stesso ruolo nella nostra vita», ha evidenziato Scaroni spiegando le ragioni che hanno spinto Eni a investire nella ricerca sulle tecnologie solari avanzate. «Alcuni anni fa abbiamo deciso di studiare le tecnologie del solare del futuro e abbiamo lanciato questa iniziativa insieme al Mit, iniziativa che sta andando molto bene», ha aggiunto Scaroni. «I risultati sono molto promettenti: se solo il 10% di quello che ho visto qui a Boston diventasse operativo, si potrebbe cambiare il mondo». Eni ritiene che l&#8217;energia solare sia la rinnovabile che darà il maggior contributo in futuro ma, ha detto Scaroni, «la tecnologia solare usata oggi in Europa sembra inefficiente e costosa, serve qualcosa di differente. Le rinnovabili che sono a disposizione oggi non sono la risposta per il futuro: è per questo che dobbiamo studiare e investire». </p>
<p>La prima cella solare su carta (da Cnet)<br />
NUOVE TECNOLOGIE &#8211; L&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Eni ha mostrato una cella solare su carta, piccola come il palmo di una mano. «Occorre puntare su progetti come questo, perché le rinnovabili di oggi non sono la risposta del futuro», ha insistito. «Noi non crediamo nelle tecnologie odierne ed è per questo che abbiamo preferito investire in ricerca piuttosto che in progetti». Tra i risultati più notevoli ottenuti finora dal team Eni-Mit, figurano proprio i dispositivi realizzati con materiali nuovi e con possibilità di applicazione completamente originali e in gran parte inesplorate. Per un loro possibile utilizzo commerciali, ha avvertito Scaroni, bisognerà aspettare ancora qualche anno. </p>
<p>PROGETTI &#8211; L&#8217;alleanza con il Mit ha una durata quinquennale e comporta per Eni un investimento di 50 milioni di dollari. La collaborazione siglata nel febbraio del 2008 tra Eni e il Mit, si legge in una nota di Eni, nei primi due anni ha prodotto numerosi risultati: dalla realizzazione della prima cella solare Mit ultraflessibile alla prima cella solare al mondo stampata su carta; dai progressi nella produzione di contatti metallici allo sviluppo di celle solari che imitano il processo fotosintetico.</p>
<p>Coriere.it<br />
06 maggio 2010</p>
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		<title>Chi guadagna con la fabbrica delle buche-killer sulle strade</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 09:10:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ROMA &#8211; Sulle strade italiane muoiono ogni anno più di cinquemila persone. Come se un paese, o un quartiere, venisse cancellato di colpo. Il 30% delle vittime ha meno di trent&#8217;anni. Dati tristemente noti che delineano un fenomeno di enorme gravità, contro il quale le varie campagne di sensibilizzazione non sembrano incidere mai abbastanza. Ciò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ROMA &#8211; Sulle strade italiane muoiono ogni anno più di cinquemila persone. Come se un paese, o un quartiere, venisse cancellato di colpo. Il 30% delle vittime ha meno di trent&#8217;anni. Dati tristemente noti che delineano un fenomeno di enorme gravità, contro il quale le varie campagne di sensibilizzazione non sembrano incidere mai abbastanza. Ciò che si conosce meno è che tra le cause degli incidenti (mortali e no) pesa per il 20% il cosiddetto &#8220;ammaloramento&#8221; delle infrastrutture.</p>
<p>Ovvero, le condizioni &#8211; talvolta disastrose &#8211; delle nostre strade. Un problema che ha nell&#8217;asfalto, e nel suo continuo dissesto, una di quelle &#8220;emergenze nazionali&#8221; che non suscita l&#8217;attenzione riservata ad altri dissesti, ma che non risparmia niente e nessuno: grandi città e piccoli centri di provincia, arterie urbane e strade secondarie, aree industrializzate e zone rurali. Un&#8217;emergenza senza fine che provoca morti e feriti, costa ai cittadini centinaia di milioni di euro e fa di molti motociclisti una popolazione di traumatizzati reali o potenziali.</p>
<p>Sulla gravità degli incidenti causati dalle &#8220;buche-killer&#8221; c&#8217;è una casistica impressionante. È sufficiente ripercorrere la cronaca degli ultimi anni per imbattersi in una sequenza interminabile di incidenti, non di rado gravissimi. Eppure ogni anno, per la manutenzione della viabilità, lo Stato investe cinque miliardi di euro. I lavori stradali, rispetto all&#8217;ammontare degli appalti pubblici, rappresentano la più alta percentuale sia per gli interventi (il 30,6%) sia per l&#8217;ammontare economico (il 34%). Dunque un&#8217;industria di dimensioni considerevoli, che conta circa dodicimila imprese, il 14% del totale. Il solo Comune di Roma, maggiore &#8220;stazione appaltante&#8221; d&#8217;Italia, stanzia annualmente cento milioni di euro. Un fiume ininterrotto di denaro pubblico che però, in larga parte, nelle crepe dell&#8217;asfalto sembra letteralmente svanire. Dove vanno a finire questi soldi? Di chi sono le responsabilità se, oltre al decoro e all&#8217;immagine di una città, spesso non viene garantita neanche la sicurezza delle persone? E perché, cavalcando le proteste popolari, la politica fa di questo argomento un ariete elettorale che non porta quasi mai a soluzioni concrete? </p>
<p>Un business straordinario<br />
La manutenzione delle strade viene definita &#8220;ordinaria&#8221; quando si occupa della riparazione. &#8220;Straordinaria&#8221; quando riguarda il rifacimento vero e proprio. In entrambi i casi è un business. Secondo Andrea Petrucci, imprenditore romano che copre l&#8217;intero ciclo dell&#8217;asfaltatura (dall&#8217;estrazione del basalto al lavoro finito), &#8220;i margini di redditività vanno dal 12 fino al 18-20%&#8221;. Nel mondo dell&#8217;edilizia &#8211; spiegano alla Cgil &#8211; non c&#8217;è un altro comparto che garantisca ricavi così alti. Per questo gli appalti costituiscono una torta che alimenta gli appetiti dei &#8220;signori dell&#8217;asfalto&#8221;, pronti ad aggiudicarseli con ribassi che spesso superano il 40%. Le cifre parlano chiaro: si prendono i lavori a un prezzo notevolmente inferiore alla base d&#8217;asta per poi risparmiare successivamente sui materiali, sulla manodopera e sul tempo, confidando nel fiume di appalti che, anno dopo anno, non s&#8217;interrompe mai. Insomma, c&#8217;è la sensazione che si giochi pesantemente sulla qualità delle opere. Senza dimenticare il capitolo dei controlli che gli enti appaltanti &#8211; a cominciare dai Comuni &#8211; dovrebbero eseguire con rigore e puntualità, pronti a contestare un lavoro difettoso. Ma questo sembra succedere di rado, e da qui nasce l&#8217;emergenza.</p>
<p>La capitale del pericolo<br />
 In un Paese che sulle emergenze ha saputo costruire un&#8217;industria, è proprio la Capitale a condensare tutti i peggiori aspetti di questo problema. È a Roma, più che in qualsiasi altra città italiana, che questa &#8220;calamità ridicola&#8221;, come la definiscono sui siti internet migliaia di utenti inferociti, può svelare lassismi, inefficienze e grandi sprechi.</p>
<p>La Città Eterna, la metropoli che vuole il Gran Premio di Formula 1 e le Olimpiadi del 2020, e che gli inglesi hanno recentemente ribattezzato &#8220;tra le più sexy d&#8217;Europa&#8221;, è ai primi posti nella classifica delle città italiane più pericolose per gli incidenti (in testa c&#8217;è Napoli, chiude Ferrara) e guida la graduatoria delle capitali europee con un distacco incolmabile sulla seconda: Copenaghen. Nel 2008, 190 morti e 24mila feriti per 18.181 incidenti. Cantieri stradali se ne aprono continuamente, ma le insidie, anziché diminuire, aumentano. Sandro Salvati, presidente della Fondazione Ania (l&#8217;associazione delle compagnie di assicurazione), li definisce black-point. Un modo elegante per dire &#8220;trappole&#8221;. A marzo erano 243 i tratti &#8220;pericolosi per buche&#8221; censiti con la collaborazione dei romani. Nel 2009 erano 215.</p>
<p>&#8220;Per risanare davvero le strade della Capitale bisognerebbe spendere un miliardo e duecento milioni in cinque anni&#8221;, afferma Eugenio Batelli, presidente dei costruttori romani (Acer). &#8220;Con i cento milioni che il Comune stanzia ogni anno &#8211; aggiunge &#8211; non si riuscirà mai ad andare oltre la soglia del minimo indispensabile&#8221;. Poi, per spiegare la scarsa resistenza di molte manutenzioni, chiama in causa il traffico e la pioggia (eccezionali entrambi), i continui scavi delle società di sottoservizi (cavi e condutture), fino alla storia ultramillenaria della città.</p>
<p>Non la pensa così il sindacato. &#8220;Il rifacimento delle strade spesso non rispetta i capitolati d&#8217;appalto&#8221;, dice Roberto Cellini, leader regionale della Fillea-Cgil. &#8220;Quanto a certi controlli dell&#8217;ente appaltante, ci risultano carenti e talvolta molto benevoli&#8221;, aggiunge Marco Carletti, della stessa segreteria.<br />
Ombre sulla qualità dei lavori? Comportamenti discutibili nelle imprese? Sospetti di inefficienza sui controlli degli enti e sui collaudi delle opere? Il punto sembra essere proprio questo. Perché si potrebbe pensare all&#8217;edilizia stradale come a uno di quei settori-giungla pieni di norme confuse. Niente di tutto ciò. Le regole sono capillari. &#8220;Sbagliare&#8221; è difficile. E infatti non di errori si tratta.</p>
<p>La regola del risparmio<br />
I lavoratori dei cantieri  &#8211;  gli &#8220;asfaltisti&#8221;  &#8211;  non parlano volentieri. Sanno che basta un niente per perdere il posto. Ma alla fine, con qualche cautela, alcuni dei più esperti accettano di raccontare. E ci spiegano come, in molti casi, si svolgano realmente i lavori. Manutenzioni &#8220;a regola d&#8217;arte&#8221;? Non proprio.<br />
&#8220;Le buche si ricoprono alla meno peggio e più se ne fanno in una giornata, più si guadagna. Se non ci comportassimo così, sarebbe un&#8217;attività poco redditizia&#8221;. Mario L. ha 43 anni, è romano e fa l&#8217;asfaltista sia &#8220;a terra&#8221; che alla guida dei macchinari. Nei suoi vent&#8217;anni di edilizia stradale ha lavorato per imprese molto diverse, &#8220;ma tutte, pressappoco, con gli stessi metodi&#8221;, dice seraficamente, quasi che il suo racconto non costituisca una rivelazione di metodi illegali, bensì la sintesi dell&#8217;ovvio. &#8220;Risparmiare sul materiale e sul tempo è la regola&#8221;, aggiunge.</p>
<p>&#8220;Di solito &#8211; dice Marco R., cinquant&#8217;anni &#8211; quando rifacciamo una strada, si parte bene perché dobbiamo superare i primi controlli. Poi il geometra dell&#8217;impresa ci ordina &#8220;abbassa, abbassa&#8221;, e allora lo strato d&#8217;asfalto steso dalla finitrice si assottiglia. Così si fa molto prima e si risparmia sul materiale. Se poi vengono altri controlli, vedo che i tecnici incaricati spesso sanno già su quali tratti fare i carotaggi&#8221;.<br />
&#8220;Non funziona così dappertutto&#8221;, dice Fabrizio E., quarant&#8217;anni, asfaltista da quindici con esperienze in varie città italiane. &#8220;Ho lavorato in Piemonte, in Toscana e in altre regioni. Una situazione come quella romana non ha eguali. Si comincia rispettando il capitolato, ma poi, via via che si procede, meno asfalto, meno tempo, meno tutto&#8230;&#8221;.</p>
<p>E minore qualità del lavoro. Si risparmia sul bitume e sui materiali più costosi. Si assottigliano gli interventi. Si tira via. Le riparazioni durano poco, le strade sono continuamente da rifare e l&#8217;amministrazione pubblica &#8211; di solito dopo le proteste dei cittadini &#8211; è costretta a correre ai ripari. Magari saltando dei passaggi fondamentali come indire regolari gare d&#8217;appalto. Ma così facendo, non si alimenta l&#8217;ennesimo circuito del profitto fondato sull&#8217;emergenza? L&#8217;anno passato la giunta comunale di centrodestra guidata dal 2008 dal sindaco Gianni Alemanno ha distribuito lavori per novanta milioni di euro. Con quali criteri? E perché ci sono state polemiche ed esposti alla Corte dei Conti?</p>
<p>Il cartello dell&#8217;emergenza<br />
&#8220;Le polemiche sono pretestuose&#8221;, afferma Fabrizio Ghera, assessore ai lavori pubblici. &#8220;Abbiamo riparato il 516% in più di strade rispetto alla precedente amministrazione e abbiamo stanziato il 400% di fondi in più&#8221;.<br />
Se qualcuno gli fa rilevare che però le buche sono aumentate, e che in alcune strade (esempio la centralissima via Nazionale) i lavori e i disagi non finiscono mai, e che perfino la pacatissima Associazione dei familiari vittime della strada ha dichiarato che sul dissesto il Campidoglio è in forte ritardo, l&#8217;assessore punta l&#8217;indice contro la giunta precedente: è sua la colpa, con quell&#8217;idea di affidare in concessione gli 800 chilometri di grande viabilità cittadina (sui 5.500 totali) a un solo gestore: il consorzio &#8220;Romeo-Vianini-Strade Sicure&#8221;.</p>
<p>Revocato nel novembre 2008 il cosiddetto &#8220;appaltone Romeo&#8221;, Alemanno e Ghera si sono messi a studiare un loro piano anti-dissesto. Nel frattempo pioveva, il traffico era quello di sempre, le buche si allargavano, la gente si arrabbiava. Alla fine, sollecitati anche dal prefetto, sindaco e assessore hanno proclamato &#8220;l&#8217;emergenza&#8221;. Quindi avanti di gran carriera con la &#8220;somma urgenza&#8221;. Ed ecco la raffica di appalti, molti dei quali &#8211; dicono i numeri ufficiali &#8211; a trattativa privata, il che significa scegliere direttamente le imprese, senza gara pubblica. Una procedura che, specie nelle opere più rilevanti, rischia di privilegiare un ristretto cartello di imprenditori. I &#8220;signori dell&#8217;asfalto&#8221;. Interpellato su questo metodo che un po&#8217; ricorda le antiche pratiche della Prima Repubblica, l&#8217;assessore Ghera ripete monocorde: &#8220;A giugno 2009 è stata pubblicata la gara di 77 milioni di euro per la manutenzione della grande viabilità e abbiamo fatto ripartire i cantieri lasciati sospesi dalla giunta Veltroni. I vostri numeri sono sbagliati&#8221;.</p>
<p>&#8220;No, i numeri sono proprio questi&#8221;, controbatte Massimiliano Valeriani, presidente Pd della Commissione trasparenza del Comune, mostrando la documentazione che ha inviato alla procura della Corte dei Conti. &#8220;Tra l&#8217;altro, la legge fissa un tetto di 500mila euro per la trattativa privata, e solo in situazioni di reale emergenza. Qui siano ben oltre&#8221;. Ma come si è arrivati a sfondare i tetti prestabiliti?</p>
<p>Il primato della trattativa privata<br />
L&#8217;appalto in trattativa privata è una pratica che l&#8217;Autorità di controllo del settore considera subordinata a precisi criteri di urgenza ed efficienza. D&#8217;altro canto, per garantire la trasparenza del mercato, una via maestra c&#8217;è da sempre: la procedura aperta, ovvero la gara con bando pubblico. Ma dal 2007 al 2009, secondo i dati dell&#8217;Authority, i lavori appaltati dal Campidoglio con procedura aperta sono calati dal 36,8% al 13,8, e quelli a trattativa privata sono passati dal 28,4% al 74,9. Il che, in soldoni, significa essere balzati da 6 milioni di euro a 89 milioni. Una &#8220;esplosione&#8221;, la definiscono un po&#8217; a mezza bocca gli esperti dell&#8217;Authority. Anche i loro dati sono &#8220;sbagliati&#8221;? Improbabile. Però potrebbero essere parziali, visto che l&#8217;Authority non ha ancora il quadro completo sulle aggiudicazioni del 2009. La sensazione è che la quantità dei lavori affidati discrezionalmente dal Comune di Roma potrebbe essere ancora maggiore. Da verificare se, nel frattempo, le strade saranno migliorate, rendendo la Capitale un po&#8217; meno insidiosa per i suoi abitanti e per i nove milioni di turisti che ogni anno la attraversano. </p>
<p>(23 aprile 2010 &#8211; Luigi Carletti &#8211; La Repubblica) </p>
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		<title>SOSO</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 15:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qui in calce il documento &#8220;SOSO&#8221; &#8211; Sondrio Sostenibile – Il progetto per una Sondrio sostenibile entro il 2020.
Con questa iniziativa vorremmo contribuire all&#8217;apertura di un laboratorio di idee e proposte per affrontare, con il contributo di tutti i membri della maggioranza, il tema della sostenibilità, per renderlo comune denominatore delle scelte amministrative che ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Qui in calce il documento &#8220;SOSO&#8221; &#8211; Sondrio Sostenibile – Il progetto per una Sondrio sostenibile entro il 2020.</strong><br />
Con questa iniziativa vorremmo contribuire all&#8217;apertura di un laboratorio di idee e proposte per affrontare, con il contributo di tutti i membri della maggioranza, il tema della sostenibilità, per renderlo comune denominatore delle scelte amministrative che ci attendono.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Lunedì 15 febbraio alle ore 20.45</span> </strong>presso la sede di Sondrio Democratica e nostra presenteremo il documento attraverso una sua lettura ragionata.</p>
<p>Vi aspettiamo.</p>
<p><table style="border: 1px solid #CCC;" cellpadding="3" width="100%">
  <tr>
    <td width="35">
      <img src="http://www.sondrio2020.it/wp-content/plugins/downloads-manager/img/icons/pdf.gif" alt="http://www.sondrio2020.it/wp-content/plugins/downloads-manager/img/icons/pdf.gif">
    </td>
    <td>
      <b>download:</b> <a href="http://www.sondrio2020.it/?file_id=15">SOndrioSOstenibile</a> <small>(2.25MB)</small><br />
      <b>added:</b> 05/02/2010 <br />
      <b>clicks:</b> 150 <br />
      <b>description:</b> Il progetto per una Sondrio sostenibile entro il 2020 <br />
    </td>
  </tr>
</table></p>
<p><table style="border: 1px solid #CCC;" cellpadding="3" width="100%">
  <tr>
    <td width="35">
      <img src="http://www.sondrio2020.it/wp-content/plugins/downloads-manager/img/icons/pdf.gif" alt="http://www.sondrio2020.it/wp-content/plugins/downloads-manager/img/icons/pdf.gif">
    </td>
    <td>
      <b>download:</b> <a href="http://www.sondrio2020.it/?file_id=16">Moroder</a> <small>(518.62KB)</small><br />
      <b>added:</b> 11/02/2010 <br />
      <b>clicks:</b> 124 <br />
      <b>description:</b> documento elaborato recentemente (novembre 2009) da Helmuth Moroder, presidente della Commissione Ambiente e Mobilità del Comune di Bolzano, oltre che vicepresidente del CIPRA ("Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi", da anni impegnata a favore di uno sviluppo sostenibile delle Alpi) e promotore-realizzatore del treno Merano-Malles. <br />
    </td>
  </tr>
</table></p>
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		<title>Energia, svolta della Germania. Il governo decide di tornare al nucleare.</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 21:48:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Loris</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;accordo della Merkel con i produttori di energia cambia la politica
tedesca decisa dall&#8217;esecutivo Rossoverde di Schroeder
BERLINO &#8211; Sottovoce, step by step, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l&#8217;addio all&#8217;uso civile dell&#8217;energia atomica, ci ripensa. Dopo negoziati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;accordo della Merkel con i produttori di energia cambia la politica<br />
tedesca decisa dall&#8217;esecutivo Rossoverde di Schroeder</p>
<p>BERLINO &#8211; Sottovoce, step by step, la Germania riabilita il nucleare. La prima potenza europea, il paese che era stato anche il primo tra i big del Vecchio continente a decidere l&#8217;addio all&#8217;uso civile dell&#8217;energia atomica, ci ripensa. Dopo negoziati con i produttori di energia, il governo Merkel ha deciso  &#8211;  scrive oggi l&#8217;autorevole quotidiano conservatore Die Welt, molto vicino all&#8217;esecutivo  &#8211;  che per il momento tutti i 17 reattori nucleari resteranno in esercizio. Addio dunque all&#8217;addio al nucleare, che era stato deciso dal governo &#8216;rossoverde (socialdemocrazia ed ecologisti) al potere tra il 1998 e il 2005 con il cancelliere Gerhard Schroeder e il suo vice Joschka Fischer. Le decisioni finali, Berlino le prenderà in autunno. Presentando un paper strategico sulle scelte di fondo della politica energetica del paese. Ma comunque il documento, sempre in base al resoconto di Die Welt, porrà condizioni per un sostanziale prolungamento del ciclo produttivo dei reattori in servizio. Intanto due grossi reattori che avrebbero dovuto essere spenti ad aprile e a maggio resteranno accesi, e il segnale è chiarissimo, inequivocabile.<span id="more-640"></span></p>
<p>E&#8217; una sconfitta decisiva per gli avversari dell&#8217;uso civile dell&#8217;energia nucleare, e una vittoria sia per i grossi produttori di energia in Germania (Eon, Rwe, Vattenfall, EnBW) sia per i colossi industriali, Siemens prima fra tutti, che nella produzione, fornitura ed esportazione di centrali nucleari della nuova generazione hanno un punto di forza della loro strategia di global player. Il governo federale non si è messo comunque sulla strada del nucleare senza riserve scelta ad esempio da Regno Unito, Francia, Russia, Cina, India o Brasile, che programmano la costruzione di decine di nuovi reattori. Per l&#8217;esecutivo di Berlino l&#8217;energia nucleare resta una &#8217;soluzione-ponte&#8217;. Ma il ponte si allunga nel tempo a venire, in sostanza: è necessario molto più tempo di uso dei 17 reattori in esercizio, finché le energie rinnovabili ed ecologiche non saranno in grado di fornire significativamente più del 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale. &#8220;In Germania&#8221;, scrive il commento di Die Welt, &#8220;abbiamo posto limiti massimi d&#8217;uso di un reattore nucleare a 35 anni, negli Usa e in Svezia li usano per 60 anni&#8221;.</p>
<p>Attualmente, i 17 reattori ancora in servizio producono circa un terzo del fabbisogno energetico della prima potenza economica europea. Una percentuale non trascurabile, anche se ben lontana dall&#8217;80 per cento della Francia. Per varare la soluzione provvisoria, il primo passo dell&#8217;addio all&#8217;addio al nucleare, il governo ha escogitato uno stratagemma. Nella legge sull&#8217;addio al nucleare del governo rossoverde infatti erano previste non solo date per la chiusura scaglionata degli impianti (l&#8217;ultimo, Neckarwestersheim 2, dovrebbe essere spento nel 2022) bensì anche quantità &#8216;residuè di produzione di energia, distribuite tra i vari reattori a seconda della loro data prevista di spegnimento. La quantità di produzione di energia restante, assegnata a suo tempo alla centrale di Stade già spenta, sarà distribuita come quantità di produzione supplementare assegnata ai due reattori ancora accesi di Biblis A e Neckarwestersheim 1. I quali avrebbero dovuto chiudere rispettivamente in aprile e maggio di quest&#8217;anno. Adesso hanno molti più mesi di vita, col compito di produzione supplementare. Una soluzione provvisoria, ma il segnale politico è chiaro, sullo sfondo mondiale di una riabilitazione e riscoperta del nucleare.</p>
<p>Andrea Tarquini &#8211; 25 gennaio 2010 &#8211; Repubblica.it</p>
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		<title>Immigrazione. Permesso di soggiorno: irregolari anche i ritardi.</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 14:49:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.sondrio2020.it/?p=638</guid>
		<description><![CDATA[Per legge va rilasciato, a chi ne ha i requisiti, in 20 giorni: ma ci vuole un anno.
«Lo Stato ha il dovere di fare rispettare le leggi, di fare rispettare le regole», ha detto e ripetuto più volte, anche in questi giorni, Roberto Maroni. Parole d&#8217; oro. Ma valgono per tutti o solo per gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per legge va rilasciato, a chi ne ha i requisiti, in 20 giorni: ma ci vuole un anno.<br />
«Lo Stato ha il dovere di fare rispettare le leggi, di fare rispettare le regole», ha detto e ripetuto più volte, anche in questi giorni, Roberto Maroni. Parole d&#8217; oro. Ma valgono per tutti o solo per gli immigrati? La domanda è obbligatoria. Il testo unico sull&#8217; immigrazione nella versione modificata prima dalla Legge Bossi-Fini, poi dal pacchetto sicurezza del 2008 e infine dalla legge 94 del 15 luglio 2009 dice infatti, nero su bianco, che «il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro venti giorni dalla data in cui è stata presentata la domanda». Sì, ciao! Violando quotidianamente quella legge che il grintoso ministro degli Interni dichiara ogni giorno di volere far rispettare, gli uffici pubblici italiani impiegavano mediamente l&#8217; anno scorso, per dare i documenti a chi ne aveva diritto, 291 giorni. Dati ufficiali, del prefetto Rodolfo Ronconi, della Direzione centrale d&#8217; immigrazione al Viminale. Il che significa che in diversi casi il tempo di attesa sfondava i dodici, tredici mesi. Con punte estreme, soprattutto in alcune aree del Paese, ancora più inaccettabili. E secondo gli operatori l&#8217; andazzo, a causa del superlavoro imposto dalla sanatoria per le badanti, si è ulteriormente aggravato. Cosa significhi per un immigrato in regola con tutte le carte vedersi negato questo diritto (diritto: non è una graziosa concessione) lo spiega ad esempio Shukri Said, una somala da molti anni a Roma, cittadina italiana, attrice con una particina in Don Matteo (faceva la parte di una «carabiniera» di colore) segretaria dell&#8217; associazione Migrare: «Quando gli immigrati vanno a chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno alle Poste, si <span id="more-638"></span>vedono ritirare il documento e ricevono in cambio una ricevutina che non tutti gli italiani accettano di riconoscere come un documento equivalente al permesso di soggiorno. Anzi. Mentre la pratica del rinnovo gira per gli uffici, per mesi e mesi, lo straniero ha difficoltà a prendere in affitto un appartamento perché, con il pacchetto sicurezza, non si può affittare agli irregolari; trova difficoltà a cambiare il medico di famiglia, trova difficoltà a chiedere la patente di guida; trova difficoltà negli ospedali, a riconoscere un figlio o a iscriverlo a scuola. Un inferno». In qualche caso, aggiunge Pietro Soldini, responsabile immigrazione della Cgil, «nell&#8217; attesa del rinnovo perde addirittura il lavoro». Per questo, da molti giorni, è partito su iniziativa di Gaoussou Ouattara, membro della Giunta dei Radicali, uno sciopero della fame che finora, compresa Shukri Said, ha visto la partecipazione in tutta Italia di oltre trecento immigrati. Spazio sui giornali per la protesta? Poco o niente. Attenzione da parte dei politici? Men che meno. Mica portano voti, gli extracomunitari&#8230; RIPRODUZIONE RISERVATA</p>
<p>Stella Gian Antonio &#8211; Corriere.it</p>
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