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Acqua, rifiuti, autobus in città: alti costi, scarsi servizi.
Scritto da Nicola il 29 agosto 2011Le municipalizzate, La gestione degli enti locali, Gli investimenti e gli sprechi
I tagli agli enti locali e il capitalismo municipale
ROMA – A Napoli si paga una tariffa sui rifiuti superiore del 48,4 per cento alla media nazionale. E quasi due volte e mezzo più cara rispetto a Firenze. Lì, per un appartamento di 80 metri quadrati, 135 euro l’anno. Nel capoluogo campano, 331.
Difficile da credere che la città italiana dove la tassa sulla spazzatura è la più alta in assoluto sia proprio quella che ha più problemi con l’immondizia. Ma nel Paese dove il «capitalismo» municipale ha pian piano soppiantato il capitalismo di Stato, il sistema funziona così.
Palermo, per esempio. Secondo le elaborazioni dell’ufficio studi della Confartigianato, effettuate sulla base dei dati del ministero dello Sviluppo economico e dell’Unioncamere, è la città dove il trasporto pubblico, pur non rappresentando sicuramente il massimo nazionale dell’efficienza, è invece mediamente più costoso: 515 euro per dieci abbonamenti mensili e 48 biglietti orari. Non c’è confronto con Genova (398), al secondo posto, ma nemmeno con Napoli (396), al terzo. Senza parlare di Milano: 338 euro, il 52,3% in meno.
La scarsa concorrenza – Del resto, prendendo in esame un pacchetto di servizi pubblici locali (oltre al trasporto anche i rifiuti, l’acqua e l’energia) proprio Palermo è la città più cara d’Italia con l’unica eccezione di Cagliari (3.108 euro l’anno pro capite), che deve però fare i conti con l’estrema onerosità della distribuzione del gas. Nel capoluogo siciliano ogni cittadino sostiene mediamente, dicono i dati del 2009, un costo di 2.633 euro l’anno, contro 2.559 di Genova e 2.537 di Napoli. A Milano si spende il 42,6% meno che a Cagliari e il 20,8% meno che a Palermo. Ancora più impressionante, tuttavia, è il peso della spesa pro capite sul Pil «individuale». Il costo dei servizi pubblici locali si «mangia» a Napoli il 16,1% del Prodotto interno lordo pro capite, contro il 6% a Milano, l’8,3% di Firenze, il 7,1% a Bologna, il 7,6% a Roma, che certo non è fra le città meno care (2.461 euro).
Come si spiega tutto ciò? Che ci sia un rapporto fra questa situazione e le mancate liberalizzazioni, come sostengono da tempo autorevoli istituzioni, è assodato. L’Ocse sottolinea, per esempio, come il costo dei servizi pubblici cresca nettamente più del costo della vita. A giugno si è registrato per questi un rincaro del 4,8%, oltre due punti sopra l’inflazione. Fra il 2000 e il 2010 le tariffe dei servizi pubblici locali, escludendo quelli energetici, sono salite del 54,2% a fronte di una crescita dei prezzi pari al 23,9%. Ed è stato un aumento astronomico anche rispetto alla media di Eurolandia, dove l’incremento delle tariffe si è attestato invece al 30,3%.
La Banca d’Italia dice che nel nostro Paese i principali servizi hanno un cosiddetto «mark up», cioè la differenza fra il prezzo della prestazione erogata e il suo costo, superiore del 19,2% alla media dell’area euro. È ancora via Nazionale ad affermare in un proprio studio che riportando quel dato al livello europeo si potrebbe ottenere nei primi tre anni una crescita del Prodotto interno lordo pari al 5,4%. Stima che porta la Confartigianato a calcolare un Pil aggiuntivo di 36,7 miliardi per il solo primo anno seguente a quello nel quale fosse applicata una vera liberalizzazione di questo mercato.
Il caro bolletta – I dati della Banca d’Italia sul «mark up» sono eloquenti. Le aziende che erogano servizi pubblici hanno sulla carta profitti ben più elevati della media europea, sebbene parametri di efficienza e conto economico non siano certo migliori. Con tutta evidenza la causa va ricercata in un costo della politica indiretto che fa leva proprio sulla mancanza di concorrenza. La prova? Fra il 2003 e l’anno che ha preceduto la nuova Grande Depressione, le aziende pubbliche locali hanno letteralmente allagato l’Italia. Nel 2007 l’Unioncamere ne ha censite 5.152, numero superiore dell’11,9% a quello di quattro anni prima. In dieci anni, dal 1999 al 2009, le imprese controllate dagli enti locali, ricorda la Confartigianato, hanno raddoppiato il loro peso sull’economia, dal 2,3% al 4,6% del Prodotto interno lordo. Tutto questo mentre la spesa delle amministrazioni scendeva dal 5,8% al 5,6% del Pil.
La crescita si è rivelata particolarmente impetuosa al Nord e nelle Regioni autonome. Nella provincia di Trento le aziende pubbliche locali rappresentano ormai il 13,3% al Prodotto interno lordo, avendo aumentato in un decennio il proprio peso di ben 8,6 punti. In Valle D’Aosta il loro contributo all’economia ha raggiunto l’11,3% (+8,3 punti), in Liguria l’8,2%, nel Friuli-Venezia Giulia l’8,2%, nella Provincia di Bolzano il 7,2%, in Emilia-Romagna il 6,9% e in Lombardia il 6,1%.
Un monitoraggio compiuto dall’Unioncamere su 4.018 di queste aziende, escludendo quelle finanziarie e in liquidazione, ha dimostrato che nel Centro Nord ognuna di esse ha chiuso il bilancio con un utile medio di 368.746 euro, contro un buco medio di 251.424 euro al Sud. E se nel Centro Nord gli utili per addetto sono cresciuti, nel quadriennio preso in esame, di ben tre volte, passando da 2.147 a 6.500 euro, nelle Regioni meridionali il deficit pro capite si è ampliato del 14,7%, da 2.822 a 3.239 euro. Il fatto è che mentre le aziende pubbliche locali del Sud aumentavano del 14,6% il costo del personale anche a causa di tre assunzioni in media per impresa, le loro consorelle centrosettentrionali lo diminuivano del 5,8%, grazie pure all’esodo medio di 9 addetti. Il clientelismo c’entra forse qualcosa?
Giudicate voi – E l’efficienza? Lo studio della Confartigianato segnala il caso del trasporto pubblico locale, dove il costo medio per un chilometro di percorso urbano raggiunge in Campania 7,14 euro, 2 euro e 39 centesimi più della Lombardia, 3 euro e 8 centesimi più del Veneto e quasi il quadruplo rispetto all’Umbria. Numeri con un chiaro riscontro nel chilometraggio medio di ogni autista: 19.086 in Campania, 25.032 in Lombardia, 27.278 in Veneto, 43.255 in Umbria. Caso particolare, il Lazio, dove il costo per chilometro è appena inferiore a quello campano (6 euro e 68 centesimi) pur con un chilometraggio pro capite (26.513) superiore alla media nazionale. Cifre riferite al 2009, che evidentemente fotografano lo stato della gestione dell’Atac: al 31 dicembre di quell’anno l’azienda romana aveva accumulato un buco di circa 700 milioni di euro.
Dal 2004 al 2009 alla crescita dei fatturati dei servizi pubblici locali non ha poi fatto riscontro un incremento degli investimenti. Diminuiti, anzi, dal 20,3% al 18,1% del giro d’affari. Un quarto circa degli stanziamenti viene assorbito proprio dal settore dei trasporti, che è al secondo posto. La maggior parte dei fondi, poco meno del 33%, è infatti destinato al servizio di distribuzione dell’acqua, bandiera dell’ultimo referendum sui servizi pubblici locali che ha registrato una schiacciante maggioranza di no alla privatizzazione.
Lo spreco di risorse idriche – Ma per quanto siano percentualmente rilevanti, come stanno a dimostrare i dati pubblicati dalla Confartigianato, gli investimenti non riescono a modificare sostanzialmente una situazione davvero disastrosa: combinato disposto di una rete colabrodo e un’evasione tariffaria in alcuni casi allucinante. Almeno se è vero che nel 2008 a fronte di oltre 8,1 miliardi di metri cubi immessi nella rete di distribuzione, quelli fatturati sono stati poco più di 5 miliardi e mezzo. Il 32% dell’acqua potabile, quantità che il rapporto dell’organizzazione degli artigiani paragona alla portata annuale del fiume Brenta, si volatilizza letteralmente.
L’elaborazione contenuta in quello studio, fatta sulla base dei dati Istat, mostra come ancora tre anni fa in Puglia per ogni 100 litri di acqua «erogata», se ne immettessero nella rete ben 87 di più. Non molto meglio andava in Sardegna, con 85 litri, in Molise (78), Abruzzo (77) e Friuli-Venezia Giulia. Nel 2009 questo andazzo è costato alle aziende locali che gestiscono il servizio idrico 2 miliardi e 947 milioni. Più dei soldi cui i Comuni hanno dovuto rinunciare a causa dell’abolizione dell’Ici sulla prima casa decisa dal governo di Silvio Berlusconi subito dopo le elezioni del 2008, più del giro di vite di 2 miliardi e mezzo imposto ai municipi dalla manovra dello scorso anno, più dei tagli lineari ai ministeri….
I «black out» senza preavviso – Che l’efficienza dei servizi pubblici locali non sia al top lo affermano poi gli stessi utenti. La percentuale di famiglie «molto o abbastanza soddisfatte» della loro qualità, sulla base delle statistiche ufficiali dell’Istat, è scesa fra il 2001 e il 2010 di 5,1 punti per l’energia elettrica, del 3,5% per il gas. Letteralmente precipitato l’indice che segnala la soddisfazione per la «comprensibilità» della bolletta, calato del 12,9% relativamente al gas e del 10,3% alla luce. Non bastasse, le rilevazioni dell’Autorità per l’energia informano che per 18 aziende su 32, ovvero il 56,3% del totale, l’indice di «qualità totale» rilevato presso i call center nel 2010 ha registrato un peggioramento.
Per non citare la vicenda mai risolta delle interruzioni «senza preavviso» di energia elettrica, il cui livello medio ha raggiunto, sempre nel 2010, ben 89 minuti l’anno, dei quali 44 per responsabilità delle imprese distributrici. E va detto che al Sud i 44 minuti diventano ben 63, contro i 29 del Nord. Per le piccole imprese fino a 20 dipendenti è un inconveniente costato lo scorso anno, secondo la Confartigianato, un miliardo e 56 milioni di euro.
Sergio Rizzo
Corriere.it – 29 agosto 2011
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Il governo taglia gli enti locali. E gli svizzeri chiedono di annettere Sondrio.
Scritto da Nicola il 23 agosto 2011SONDRIO – Una regione alpina autonoma tra Sondrio e i Grigioni. Questa la sintesi del dibattito transfrontaliero che si è scatenato dopo il varo della manovra fiscale, lo scorso 13 agosto. Allora il presidente della provincia di Sondrio, il leghista Massimo Sertori, aveva risposto con una provocazione alla prospettiva della cancellazione del suo ente, ventilando l’ipotesi di promuovere un referendum per chiedere ai valtellinesi di decidere se essere annessi al Canton Grigioni, in Svizzera.
La patria del ministro Tremonti è poi stata salvata per il rotto della cuffia dalla mannaia della manovra fiscale: Sondrio conta infatti molti meno dei 300mila abitanti richiesti per tenere in vita l’ente, ma soddisfa il criterio dell’estensione territoriale superando i 3 mila chilometri quadrati di superficie. Poco importa ai fini della provocazione politica se il pericolo cancellazione sia stato archiviato nel tempo di un caffè. Per far scattare la scintilla nella testa dell’amministratore leghista è stato sufficiente mettere in discussione l’esistenza della provincia montana, anche se solo per qualche ora. Fin qui la boutade.
Ma nei giorni successivi la proposta di Sertori è stata presa seriamente in considerazione oltreconfine, dove l’idea di creare un’unica grande regione che unisca Valtellina, Valchiavenna, Valposchiavo e val Bregaglia, non è stata accolta con l’indifferenza che ci si aspettava. Anzi, nelle scorse ore la provocazione di Sertori è stata avallata anche dal suo omologo della Valposchiavo, Cassiano Luminati. Il politico grigionese ha infatti dichiarato ai media locali di seguire “con molta attenzione il dibattito in Italia sul futuro degli enti locali, molto simile a quello in corso in Svizzera dove si sta ragionando se unire la Valposchiavo con la Val Bregaglia e l’Alta Engadina”. E poi è sceso nel dettaglio: “Il dibattito in corso in Italia – ha detto Luminati alla Provincia di Sondrio – non riguarda soltanto il vostro Paese. Anche in Svizzera il tema degli accorpamenti fra Comuni e Regioni è di stretta attualità, anche se da noi sarebbe impossibile un’imposizione dall’alto da parte del Cantone. Se la Provincia di Sondrio dovesse sparire anche per noi ci sarebbero cambiamenti notevoli, a cominciare dai rapporti fra le istituzioni. Se di punto in bianco la Provincia venisse cancellata per noi vorrebbe dire ricominciare da zero, perché cambierebbero gli interlocutori e soprattutto si sposterebbe il baricentro, che non sarebbe più Sondrio ma Lecco, Como o Brescia”.
Sull’effettiva fattibilità della proposta di Sertori, il politico svizzero è stato molto cauto, ma ha anche aperto ad una potenziale terza via, forse più ambiziosa di quella partorita sul versante italiano. La soluzione passerebbe dalla creazione di una regione autonoma. “Visto che non si parla più di un’Europa di Stati ma delle Regioni – si chiede Luminati – perché non creare un’entità autonoma con la Valposchiavo, la Val Bregaglia, la Valtellina e la Valchiavenna? È chiaro che bisognerebbe valutare in che termini farlo, ma il dibattito è attuale e coinvolge tutti gli Stati in maniera trasversale. Inoltre parliamo di Valli che appartengono a Stati diversi ma hanno in comune gli interessi, la storia e l’economia. È una provocazione che però si inserisce appieno nell’agenda politica attuale degli Stati e dell’Europa”.
Puntualmente sul confine con la Confederazione Elvetica parte la proposta di staccare un pezzo d’Italia e annetterla al ricco staterello alpino di cui in molti subiscono il fascino, soprattutto tra i politici del Carroccio. Quest’anno è toccato a Massimo Sertori lanciare l’idea. Ma non è sempre la politica nostrana a fare il primo passo. A giugno dello scorso anno era stato il consigliere nazionale dell’Udc svizzera, Dominique Baetting, ad avanzare l’ipotesi di aprire le porte della Confederazione alle provincie di Varese, Como, Aosta, Bolzano e altri territori confinanti come l’Alsazia e il Baden Wuttenberg. La proposta era stata presentata ufficialmente e, altrettanto ufficialmente, era stata bocciata dal governo svizzero. Allora, come anche in precedenti occasioni, gli amministratori localli leghisti si erano detti certi che un eventuale referendum in questo senso avrebbe avuto un esito plebiscitario a favore della dipartita dall’Italia.
Alessandro Madron – ilfattoquotidiano.it – 23 agosto 2011
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Eliminare le Province ? No, accorpare i Comuni e azzerare le Comunità Montane.
Scritto da Nicola il 23 agosto 2011Basta analizzare quanto accade nelle province alpine, Sondrio ad esempio: 220 km da un capo all’altro della valle, 240 km dai paesi più distanti per raggiungere Milano, sono sufficienti per giustificare la continuità di un ente intermedio. La stessa provincia conta 77 comuni e 5 Comunità Montane per un totale di 177.000 abitanti. Comuni in qualche caso microscopici come Pedesina, 32 abitanti più gli altri 3 comuni che compongono la valle Gerola per un totale di poco più di 600 abitanti (sic!!). Comuni che hanno diritto ognuno alla nomina di 3 rappresentanti all’assemblea della Comunità Montana al pari del capoluogo Morbegno, forte di ben 12.000 residenti. La rappresentanza democratica va a farsi benedire.
Così si spiega l’ostracismo dei partiti all’accorpamento dei Comuni: più municipi, più sedie, più clientela, soprattutto più possibilità di gestire i canoni che ogni anno le aziende idroelettriche versano alle Comunità Montane che non hanno alcuna funzione se non quella di distribuire finanziamenti in quanto i Comuni non riconoscono la delega alla pianificazione territoriale propria delle Comunità. Territorio suddiviso tra comuni micro significa prevalenza del campanile, impossibilità di programmazione, negazione di qualsiasi progettualità di largo respiro a valenza sociale in quanto basta l’ostracismo di una famiglia per far saltare la giunta comunale. Eppure, per risolvere la situazione, basterebbe applicare la legge 142/90 che prevede l’accorpamento dei comuni sotto i 5000 abitanti, la sostituzione delle Comunità Montane, la creazione delle città metropolitane, e il mantenimento delle Province. Una legge che da 21 anni attende di essere applicata. Ma nessuno ha il coraggio di eliminare centinaia e centinaia di posti clientelari. Meglio demagogicamente far la guerra alla province, che richiedono l’eliminazione di un minor numero di peones.
Mario Cotelli – ilfattoquotidiano.it – 3 agosto 2011
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Rinnovabili, visione 2030
Scritto da Nicola il 7 luglio 2011Nuovi impianti e investimenti
Gli scenari fotografati dal rapporto Greenpeace “Revolution: the battle of the grids”. “Nel complesso dell’Europa è ipotizzabile che arrivino al 68% nell’arco di vent’anni. Ma per andare oltre bisogna fare delle scelte.
ROMA – Siamo nel 2030. Le fonti rinnovabili dominano ormai la scena fornendo gran parte dell’energia elettrica. Ma bisogna compiere l’ultimo passaggio della transizione energetica: i combustibili fossili sono diventati improponibili sia per il prezzo che il costo ambientale reso evidente da una lunga serie di disastri climatici. E’ meglio investire ancora su impianti di rinnovabili o puntare sulle supergrid, come la rete che collega il vecchio continente con il Nord Africa?
Sono i due scenari previsti dal rapporto Revolution: battle of the grids elaborato da Greenpeace 1. “In Spagna oggi le fonti rinnovabili forniscono già il 40% dell’elettricità, in Danimarca superano il 28%, l’Italia è oltre il 23%, in Germania il Parlamento ha deciso di compensare la chiusura delle centrali nucleari con un aumento dell’energia fornita dal sole e dal vento”, ricorda Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace. “Nel complesso dell’Europa è ipotizzabile che le rinnovabili arrivino fino al 68% nell’arco di vent’anni. Ma per andare oltre bisogna fare delle scelte”. Read more »
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Le province degli ipocriti
Scritto da Nicola il 6 luglio 2011LE VOGLIONO ABOLIRE, PERÒ…
Sibari, che chiede di diventare capoluogo vantandosi di produrre «l’agrume migliore del mondo, le clementine», può tornare a sperare. E così Breno, 5.014 abitanti, capitale dei Camuni e della Valcamonica. E con loro Cassino e Guidonia, Busto Arsizio e Nola, Pinerolo e Melfi e tutte le altre aspiranti metropoli che sognano di avere finalmente lo status: cos’hanno meno di Tortolì e Lanusei, che capoluoghi già sono?
La bocciatura alla Camera della proposta di legge costituzionale per sopprimere le Province è il via libera ai cattivi pensieri e alle piccole megalomanie coltivate dai notabili locali. E a un nuovo incremento di quegli enti che già un secolo fa l’allora sindaco di Milano Emilio Caldara bollava come «buoni solo per i manicomi e per le strade», ma che da 59 che erano nel 1861 (il criterio era semplice: ciascuna doveva poter essere attraversata in una giornata di cavallo) sono via via saliti a 110. Garantendo oggi 40 poltrone presidenziali al Pd, 36 al Pdl, 13 alla Lega, 5 all’Udc, 2 a Mpa e Margherita e così via.
Dicono oggi quanti hanno votato contro la proposta dipietrista (leghisti e pidiellini, con molte dissociazioni) o l’hanno affossata astenendosi (i democratici, nonostante i «malpancisti») che non si possono affrontare questi temi con l’accetta, che occorre riflettere sui vuoti che si creerebbero, che è necessario stare alla larga dalle «tirate demagogiche» e così via… Insomma: pazienza. Tutti argomenti seri se questi pensosi statisti non li avessero già svuotati in decennali bla-bla. Read more »
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Un referendum abroghi il porcellum.
Scritto da Nicola il 30 giugno 2011Non si era ancora spenta l’eco per la grande affermazione dell’ultimo referendum abrogativo e sono già cominciate le dispute sulla sua funzione e sui suoi difetti. Questo istituto fu voluto alla Costituente come strumento di controllo dei cittadini sull’attività parlamentare.
Furono proposti da Costantino Mortati diversi tipi di referendum ma alla fine fu scelto solo quello abrogativo, ritenuto il solo compatibile con il tipo di repubblica parlamentare che si voleva: «Una estrema forma di controllo a disposizione del corpo elettorale nel caso in cui si fosse creata una discrasia fra orientamento del legislatore e volontà popolare».
Furono introdotti il minimo di sottoscrizioni per la presentazione del referendum (cinquecentomila) e il quorum per la validità della consultazione, la maggioranza degli aventi diritto. Con il quorum, che oggi è ritenuto il massimo imputato per il fallimento di non Read more »
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Coda di paglia di una politica malata
Scritto da Nicola il 30 giugno 2011La manifestazione dello scorso anno, a Roma, in difesa della libertà di informazione.C’è qualcosa che indigna e inquieta in questa nostra Italia, dove la furbizia (cioè il modo di aggirare le leggi) è ormai virtù nazionale. La “banda” di faccendieri già condannati, magistrati, affaristi di varia risma, dirigenti pubblici, uomini politici – così come leggiamo nelle tante pagine di intercettazioni – spaventa chi vive con onestà del proprio lavoro, paga le tasse fino all’ultimo centesimo, fatica ogni giorno tra bollette, figli, traffico, rifiuti.
Stupisce che di fronte a questo “sottobosco” di Governo che gestisce affari, nomine, e condiziona il Paese, si invochi come unico rimedio il solito bavaglio per i magistrati. E, naturalmente, per i giornali. Come se il “silenziatore” fosse la soluzione a questo “cancro” corrosivo della democrazia. Reazione isterica e scomposta, che mostra solo la debolezza di una politica inchiodata e arroccata nel Palazzo, a difesa dei propri privilegi e tornaconti. Incapace di un confronto sereno e schietto sui mali del Paese.
Al di là delle ipotesi di reato, che è compito della giustizia accertare e condannare, dall’insieme delle intercettazioni emerge la fotografia di un Paese “malato”, che affonda nella palude di affari e scambi poco trasparenti. E che usa il “fango” dei ricatti come arma di pressione per obiettivi politici, che non hanno di mira il “bene comune”, quello dei cittadini. Se i giornali misurano la febbre di un Paese che non sta bene, la malattia non si cura buttando il termometro nella spazzatura. Tanto meno facendo finta che tutto vada bene. Read more »
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Il dilemma del nucleare
Scritto da Nicola il 15 giugno 201110 giugno 2011 12.57
Michael T. Klare, TomDispatch, Stati Uniti
Le rivolte in Nordafrica e in Medio Oriente, la crisi di Fukushima e il riscaldamento climatico stanno cambiando gli equilibri del mercato energetico. Con le fonti oggi disponibili il mondo avrà sempre più difficoltà a soddisfare i consumi in aumento
A proposito di energia, c’è una buona notizia: grazie all’aumento del prezzo del greggio e al peggioramento delle condizioni economiche mondiali, l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) ha annunciato che nel 2011 la domanda di petrolio a livello globale non aumenterà com’era stato previsto. Una notizia che potrebbe far scendere un po’ i prezzi della benzina. A maggio l’Iea ha abbassato la sua stima sul consumo di petrolio nel 2011 di 190mila barili al giorno, portandola a 89,2 milioni. I prezzi al dettaglio non raggiungeranno i livelli stratosferici previsti all’inizio di quest’anno, anche se rimarranno più alti di quanto siano mai stati dopo il picco raggiunto nel 2008, poco prima della crisi economica globale.
La cattiva notizia è che nelle ultime settimane i problemi energetici del mondo si sono aggravati ancora di più. Nel sottosuolo le riserve di fonti energetiche “tradizionali” come il petrolio, il gas naturale e il carbone si stanno esaurendo. E in superficie, gli errori di calcolo e di geopolitica degli esseri umani stanno limitando la produzione e la disponibilità di alcune fonti di energia. Le prospettive energetiche sono sempre più cupe. Non potremmo sopportare un’eventuale crisi energetica perché l’economia mondiale è strutturata in modo tale da non poter rallentare la produzione. Read more »
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