Immigrazione. Permesso di soggiorno: irregolari anche i ritardi.

Scritto da Nicola il 18 gennaio 2010

Per legge va rilasciato, a chi ne ha i requisiti, in 20 giorni: ma ci vuole un anno.
«Lo Stato ha il dovere di fare rispettare le leggi, di fare rispettare le regole», ha detto e ripetuto più volte, anche in questi giorni, Roberto Maroni. Parole d’ oro. Ma valgono per tutti o solo per gli immigrati? La domanda è obbligatoria. Il testo unico sull’ immigrazione nella versione modificata prima dalla Legge Bossi-Fini, poi dal pacchetto sicurezza del 2008 e infine dalla legge 94 del 15 luglio 2009 dice infatti, nero su bianco, che «il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro venti giorni dalla data in cui è stata presentata la domanda». Sì, ciao! Violando quotidianamente quella legge che il grintoso ministro degli Interni dichiara ogni giorno di volere far rispettare, gli uffici pubblici italiani impiegavano mediamente l’ anno scorso, per dare i documenti a chi ne aveva diritto, 291 giorni. Dati ufficiali, del prefetto Rodolfo Ronconi, della Direzione centrale d’ immigrazione al Viminale. Il che significa che in diversi casi il tempo di attesa sfondava i dodici, tredici mesi. Con punte estreme, soprattutto in alcune aree del Paese, ancora più inaccettabili. E secondo gli operatori l’ andazzo, a causa del superlavoro imposto dalla sanatoria per le badanti, si è ulteriormente aggravato. Cosa significhi per un immigrato in regola con tutte le carte vedersi negato questo diritto (diritto: non è una graziosa concessione) lo spiega ad esempio Shukri Said, una somala da molti anni a Roma, cittadina italiana, attrice con una particina in Don Matteo (faceva la parte di una «carabiniera» di colore) segretaria dell’ associazione Migrare: «Quando gli immigrati vanno a chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno alle Poste, si Read more »


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I consumi divorano il pianeta

Scritto da Nicola il 12 gennaio 2010

I dati dello “State of the World 2010″, il rapporto del Worldwatch institute. I 500 milioni di dindividui più ricchi del mondo sono responsabili del 50% delle emissioni globali di anidride carbonica di ANTONIO CIANCIULLO
12.01.2010 – Repubblica.it

QUALCHE zoommata: i bambini inglesi riconoscono più facilmente i diversi Pokémon che le specie di fauna selvatica; i bambini americani di due anni non sono in grado di leggere la lettera M, ma molti riconoscono gli archi a forma di M dei ristoranti McDonald’s; due cani pastore tedeschi consumano più risorse in un anno di un abitante medio del Bangladesh. E un dato d’assieme: i 500 milioni di individui più ricchi del mondo (circa il 7 per cento della popolazione globale) sono responsabili del 50 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, mentre i 3 miliardi più poveri sono responsabili di appena il 6 per cento delle emissioni di CO2.

Sono alcune delle cifre contenute nello State of the World 2010, il rapporto del Worldwatch Institute (appena uscito negli Stati Uniti, in Italia sarà pubblicato da Edizioni Ambiente) dedicato quest’anno soprattutto a un’analisi dei consumi. Ingozzarsi di cibo e di merci non fa bene né ai singoli né all’ambiente. Dal punto di vista della salute individuale c’è da notare che molti degli individui più longevi consumano 1.800-1.900 calorie al giorno, cibi poco trattati e pochissimi alimenti animali, mentre l’americano medio consuma 3.830 calorie al giorno. Dal punto di vista della salute globale c’è da rilevare che tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio è aumentato di otto volte e quello di gas naturale di quattordici; un europeo medio usa 43 chilogrammi di risorse e un americano 88; a livello globale ogni giorno si prelevano risorse con le quali si potrebbero costruire 112 Empire State Building. Circa il 60 per cento dei servizi offerti gratuitamente dagli ecosistemi – regolazione climatica, fornitura di acqua dolce, smaltimento dei rifiuti, risorse ittiche – si sta impoverendo.

E la corsa a divorare il pianeta diventa sempre più veloce: negli ultimi cinque anni i consumi sono saliti del 28 per cento. Nel 2008, globalmente, si sono acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi, 297 milioni di computer e 1,2 miliardi di telefoni cellulari. Non sono aumenti dovuti solo all’incremento demografico: tra il 1960 e il 2006 la popolazione globale è cresciuta di un fattore 2,2, mentre la spesa pro capite in beni di consumo è quasi triplicata.

Non mancano comunque segnali positivi che mostrano l’irrobustirsi di fenomeni di controtendenza. Il rapporto americano cita, tra gli altri, due casi italiani. Il primo è il “piedibus”, un sistema per mandare i bambini a scuola con accompagnatori che organizzano un percorso a piedi, con “fermate” per far aggregare al gruppo altri studenti. A Lecco ogni giorno 450 alunni delle scuole elementari raggiungono a piedi le classi seguendo 17 percorsi, accompagnati da un “conducente” e genitori volontari. Dalla loro creazione, nel 2003, questi “piedibus” hanno evitato circa 160 mila chilometri di spostamenti con veicoli a motore. Oltre a ridurre l’impatto ecologico, questo modo di andare a scuola insegna la sicurezza stradale e favorisce l’esercizio fisico.

Il secondo segnale positivo italiano segnalato dal Wordlwatch Institute riguarda le scuole romane. Il 67,5 per cento del cibo servito nelle scuole della capitale è biologico e in buona parte proviene da catene specializzate in prodotti del territorio o ha un certificato “equosolidale” o è stato prodotto da cooperative sociali che lavorano terra confiscata alla mafia.


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Immigrazione. Il dolore degli uomini.

Scritto da Nicola il 11 gennaio 2010

«Volevamo braccia, sono arrivati uomini», sospirò trent’anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch spiegando perché troppi connazionali fossero così ostili agli immigrati italiani contro cui avevano scatenato tre referendum. Ostilità antica. Anche i nostri nonni furono portati in salvo come i neri di Rosarno. Le autorità furono costrette a organizzare dei treni speciali per sottrarli nel 1896 al pogrom razzista scatenato dai bravi cittadini di Zurigo. E altri gendarmi e altri treni avevano sottratto i nostri nonni, tre anni prima, ad Aigues Mortes, alla furia assassina dei francesi che accusavano i nostri, a stragrande maggioranza «padani», di rubare loro il lavoro.

L’abbiamo già vissuta questa storia, dall’altra parte. Basti ricordare, come fa Sandro Rinauro ne «Il cammino della speranza», che secondo il Ministero del Lavoro francese «alla fine del 1948 dei 15.000 italiani presenti nel dipartimento agricolo del Gers, ben il 95% era irregolare o clandestino». Come «irregolari» sono stati almeno quattro milioni di nostri emigrati. C’è chi dirà: erano altri tempi e andavano dove c’erano posto e lavoro per tutti! Falso. Perfino l’immenso Canada, spiega Eugenio Balzan sul «Corriere» nel 1901, era pieno di disoccupati e a migliaia i nostri «s’aggiravano in pieno inverno per Montréal stendendo le mani ai passanti». Tutto dimenticato, tutto rimosso. Basti leggere certi commenti, così ferocemente asettici, di questi giorni. «Chi non lavora, sciò!» Anche quelli che erano a Rosarno dopo aver perso per primi il lavoro nelle fabbriche del Nord consentendo un’elasticità altrimenti più complicata e cercano di sopravvivere in attesa della ripresa? Sciò! Anche quelli che fanno lavori che i nostri ragazzi si rifiutano di fare? Sciò! Anche quelli che lavorano in nero per un euro l’ora? Sciò!

Mai come stavolta è chiaro come l’abbinamento clandestino = spacciatore è spesso un’indecente forzatura. A parte il fatto che moltissimi a Rosarno avevano il permesso di soggiorno, c’è un solo spacciatore al mondo disposto a lavorare dall’alba alla notte per 18 euro, ad accatastarsi al gelo senza acqua e luce tra l’immondizia, a contendere gli avanzi ai topi? Dice il rapporto Onu 2009 che chi lascia l’Africa per tentare la sorte in Occidente vede in media «un incremento pari a 15 volte nel reddito » e «una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile» dei figli. Questo è il punto. Certo, non possiamo accogliere tutti. Ma proprio per questo, davanti al dolore di tanti uomini, ci vuole misura nell’usare le parole. Anche la parola «legalità». Tanto più che, ricordava ieri mattina «La Gazzetta del Sud», l’Inps scheda come «braccianti agricoli metà dei disoccupati della Piana». Un andazzo comune a tutto il Sud: 26 falsi braccianti agricoli smascherati nel 2008 in Veneto, 146 in Lombardia, 26 mila in Campania, 14 mila in Sicilia, 16 mila in Puglia, 10 mila in Calabria. Dove secondo i giudici antimafia buona parte delle false cooperative agricole che poi magari usano i neri in nero sono legate alla ’ndrangheta. Dio sa come il nostro Paese abbia bisogno di rispetto della legge: ma quali sono le priorità della tolleranza zero?

Gian Antonio Stella – Corriere.it


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Immigrazione. Un passo avanti (e un dubbio)

Scritto da Nicola il 9 gennaio 2010

Il provvedimento riguardante la formazione delle classi, varato ieri dal ministro della Pubblica Istruzione, non è soltanto ispirato a un condivisibile buon senso, ma è anche ormai urgentissimo affinché istruzione e integrazione possano andare, se non proprio di pari passo, almeno di buon accordo. Da settembre, dunque, per evitare che si moltiplichino i casi di classi-ghetto dalle quali gli scolari italiani sono quasi del tutto spariti, il numero di stranieri per ogni sezione non potrà superare il 30 per cento degli alunni. Se questo tetto viene oltrepassato, e succede spesso e in molte scuole, ne soffre non solo la didattica, ma anche l’ integrazione dei piccoli stranieri. Ovvio, infatti, che in una classe nella quale raggiungono o superano il 50 per cento, tendono a giocare, a fraternizzare con i bambini che vedono in qualche modo simili a loro, a maggior ragione se in soprannumero; e la mescolanza vera, proficua, indispensabile per un futuro di convivenza armoniosa resta un miraggio. Quel che è altrettanto grave e carico di conseguenze è che, contemporaneamente, ne risente il livello di istruzione dell’intera classe: per portare il gran numero di alunni stranieri in pari con quelli italiani si rallentano i tempi della didattica.

Certo non tutto si risolve con un provvedimento, perché se il lavoro di integrazione non continua anche fuori della scuola, con le famiglie immigrate isolate nei palazzoni popolari dai quali gli inquilini italiani, appena possono, tentano di andarsene, la battaglia è comunque persa. Ma il provvedimento—e anche questo è un dettaglio non da poco —non specifica neppure il modo in cui dovrebbe venire individuata la percentuale di alunni cosiddetti stranieri, considerando che, almeno a livello di scuole elementari, la quasi maggioranza di loro è ormai nata in Italia, a volte anche con cittadinanza italiana, senza, però, che per questo necessariamente parlino la nostra lingua come i loro coetanei con genitori e nonni italiani. Il primo passo, insomma, è stato fatto e la teoria è stilata; ora si dovrà fare il secondo e più difficile, mettere cioè in pratica il decreto. E sarà lavoro—impervio—di direttori e presidi.

C’è però una cosa ancora da dire e riguarda un dubbio, forse con qualche fondamento, forse soltanto malizioso. Sarà stata una coincidenza che il ministro Gelmini l’abbia licenziato proprio l’indomani della rivolta degli immigrati di Rosarno? O non sarà stata invece una scelta voluta per ingraziarsi l’estesissimo e trasversale partito di chi gli stranieri li vorrebbe tutti a casa loro, salvo impiegare, pagandoli il meno possibile, quelli che servono per pulire le case, curare gli anziani, badare ai bambini, lavare i piatti nei ristoranti e raccogliere pomodori nei campi? Speriamo di no.

Isabella Bossi Fedrigotti – Corriere.it


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Immigrazione. La fermezza e l’ipocrisia.

Scritto da Nicola il 8 gennaio 2010

Sappiamo da tempo che l’immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell’Europa. Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte europee. In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale e convergente un fenomeno col quale conviviamo ormai da anni. Ci sono almeno tre temi su cui non c’è consenso nazionale e, per conseguenza, mancano codici di comportamento e pratiche comuni fra gli operatori delle principali istituzioni. Non c’è consenso, prima di tutto, su che cosa si debba intendere per «integrazione» degli immigrati. A parole, tutti la auspicano ma che cosa sia resta un mistero. Ad esempio, si può ridurla alla questione dei tempi per la concessione della cittadinanza? O ciò non significa partire dalla coda anziché dalla testa?

Poiché nulla meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali. Ciò che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie (e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore. Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni. Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell’integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà. E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri.

C’è poi, in secondo luogo, la questione dell’immigrazione islamica. Tipicamente (le critiche di Tito Boeri – 23 dicembre – e di altri, alle tesi di Giovanni Sartori – 20 dicembre – sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l’esistenza del problema. Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani, non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l’esistenza facendo di tutta l’erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono anche, dall’altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più interessati ad occupare spazi territoriali per l’islam nella versione chiusa e oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione. E lascio qui deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti. Salvo osservare che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all’uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi. Negare il problema è, francamente, da irresponsabili.

Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio). Non c’è nemmeno consenso nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti. Da un lato, ci sono settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti gli immigrati. Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche ai fautori dell’accoglienza indiscriminata.

Non ci sono solo troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali risorse?). Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro. Un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità. Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati. Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione. Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale». Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no. Se risultasse che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la prerogativa del controllo territoriale. Né si può controbattere citando il trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare liberamente nei Paesi europei aderenti. Schengen, infatti, è frutto di un accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio della sovranità territoriale.

La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico. Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive. In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai. Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili.

Angelo Panebianco – Corriere.it


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Rubbia: “L’errore nucleare. Il futuro è nel sole”

Scritto da Nicola il 30 novembre 2009

Parla il Nobel per la Fisica: “Inutile insistere su una tecnologia che crea solo problemi e ha bisogno di troppo tempo per dare risultati”. La strada da percorrere? “Quella del solare termodinamico. Spagna, Germania e Usa l’hanno capito. E noi…”
di ELENA DUSI

ROMA – Come Scilla e Cariddi, sia il nucleare che i combustibili fossili rischiano di spedire sugli scogli la nave del nostro sviluppo. Per risolvere il problema dell’energia, secondo il premio Nobel Carlo Rubbia, bisogna rivoluzionare completamente la rotta. “In che modo? Tagliando il nodo gordiano e iniziando a guardare in una direzione diversa. Perché da un lato, con i combustibili fossili, abbiamo i problemi ambientali che minacciano di farci gran brutti scherzi. E dall’altro, se guardiamo al nucleare, ci accorgiamo che siamo di fronte alle stesse difficoltà irrisolte di un quarto di secolo fa. La strada promettente è piuttosto il solare, che sta crescendo al ritmo del 40% ogni anno nel mondo e dimostra di saper superare gli ostacoli tecnici che gli capitano davanti. Ovviamente non parlo dell’Italia. I paesi in cui si concentrano i progressi sono altri: Spagna, Cile, Messico, Cina, India Germania. Stati Uniti”.

La vena di amarezza che ha nella voce Carlo Rubbia quando parla dell’Italia non è casuale. Gli studi di fisica al Cern di Ginevra e gli incarichi di consulenza in campo energetico in Spagna, Germania, presso Nazioni unite e Comunità europea lo hanno allontanato dal nostro paese. Ma in questi giorni il premio Nobel è a Roma, dove ha tenuto un’affollatissima conferenza su materia ed energia oscura nella mostra “Astri e Particelle”, allestita al Palazzo delle Esposizioni da Infn, Inaf e Asi.

Un’esibizione scientifica che in un mese ha già raccolto 34mila visitatori. Accanto all’energia oscura che domina nell’universo, c’è l’energia che è sempre più carente sul nostro pianeta. Il governo italiano ha deciso di imboccare di nuovo la strada del nucleare.

Cosa ne pensa?
“Si sa dove costruire gli impianti? Come smaltire le scorie? Si è consapevoli del fatto che per realizzare una centrale occorrono almeno dieci anni? Ci si rende conto che quattro o otto centrali sono come una rondine in primavera e non risolvono il problema, perché la Francia per esempio va avanti con più di cinquanta impianti? E che gli stessi francesi stanno rivedendo i loro programmi sulla tecnologia delle centrali Epr, tanto che si preferisce ristrutturare i reattori vecchi piuttosto che costruirne di nuovi? Se non c’è risposta a queste domande, diventa difficile anche solo discutere del nucleare italiano”.

Lei è il padre degli impianti a energia solare termodinamica. A Priolo, vicino Siracusa, c’è la prima centrale in via di realizzazione. Questa non è una buona notizia?
“Sì, ma non dimentichiamo che quella tecnologia, sviluppata quando ero alla guida dell’Enea, a Priolo sarà in grado di produrre 4 megawatt di energia, mentre la Spagna ha già in via di realizzazione impianti per 14mila megawatt e si è dimostrata capace di avviare una grossa centrale solare nell’arco di 18 mesi. Tutto questo mentre noi passiamo il tempo a ipotizzare reattori nucleari che avranno bisogno di un decennio di lavori. Dei passi avanti nel solare li sta muovendo anche l’amministrazione americana, insieme alle nazioni latino-americane, asiatiche, a Israele e molti paesi arabi. L’unico dubbio ormai non è se l’energia solare si svilupperà, ma se a vincere la gara saranno cinesi o statunitensi”.

Anche per il solare non mancano i problemi. Basta che arrivi una nuvola…
“Non con il solare termodinamico, che è capace di accumulare l’energia raccolta durante le ore di sole. La soluzione di sali fusi utilizzata al posto della semplice acqua riesce infatti a raggiungere i 600 gradi e il calore viene rilasciato durante le ore di buio o di nuvole. In fondo, il successo dell’idroelettrico come unica vera fonte rinnovabile è dovuto al fatto che una diga ci permette di ammassare l’energia e regolarne il suo rilascio. Anche gli impianti solari termodinamici – a differenza di pale eoliche e pannelli fotovoltaici – sono in grado di risolvere il problema dell’accumulo”.

La costruzione di grandi centrali solari nel deserto ha un futuro?
“Certo, i tedeschi hanno già iniziato a investire grandi capitali nel progetto Desertec. La difficoltà è che per muovere le turbine è necessaria molta acqua. Perfino le centrali nucleari in Europa durante l’estate hanno problemi. E nei paesi desertici reperire acqua a sufficienza è davvero un problema. Ecco perché in Spagna stiamo sviluppando nuovi impianti solari che funzionano come i motori a reazione degli aerei: riscaldando aria compressa. I jet sono ormai macchine affidabili e semplici da costruire. Così diventeranno anche le centrali solari del futuro, se ci sarà la volontà politica di farlo”.

(Repubblica.it – 29 novembre 2009)


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Dimas: “Kyoto, Ue in regola e ce la farà anche l’Italia”

Scritto da Nicola il 12 novembre 2009

Secondo il Commissario per l’Ambiente l’Unione centrerà gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2012
di VALERIO GUALERZI
ROMA – Quando il prossimo dicembre alla conferenza Onu di Copenaghen sarà interrogata davanti a tutti sulla concretezza del suo impegno ambientale, l’Europa non farà figuracce. Da tempo Bruxelles si presenta al mondo come una secchiona, ma non è un bluff, ha le carte in regola per farlo e nella capitale danese si presenterà con tutti i compiti a casa svolti come si deve. Di questo almeno è convinto il commissario europeo all’Ambiente Stavros Dimas che ha convocato oggi una conferenza stampa per annunciare: “L’Unione Europea sta raggiungendo gli obiettivi di Kyoto”.

Cifre alla mano, il politico greco ha spiegato che non solo l’Ue è sulla buona strada per ridurre per il periodo 2008-2012 le emissioni di gas serra dell’8% rispetto ai livelli del 1990, come previsto dall’accordo internazionale, ma che questi obiettivi potrebbero persino essere migliorati.

Le cifre si riferiscono all’Ue nel suo complesso, anche perché il Protocollo per la lotta ai cambiamenti climatici è stato sottoscritto dall’Unione in quanto tale, che ha poi provveduto in un secondo momento a ripartire le quote tra gli allora 15 stati membri. Ma anche le nazioni apparentemente più indietro come l’Italia sarebbero in grado di arrivare a Copenaghen strappando un 6.

Roma, ha precisato Dimas, come altri partner europei, in base alle ultime proiezioni sarà in regola con l’obiettivo su cui si è impegnata individualmente grazie ad una combinazione di politiche e di misure già adottate, oltre ad interventi addizionali. Queste ultime vanno dall’acquisto di crediti di emissione derivanti da progetti realizzati in paesi terzi all’acquisizione di quote e di crediti nell’ambito del sistema Ue di scambio delle quote di emissione (sistema ETS comunitario), e alle attività forestali che assorbono carbonio dall’atmosfera.

Quello italiano è insomma più che altro un 6 politico, che (ma questo Dimas ha evitato di dirlo) ai contribuenti italiani costerà caro, costringendoli a versare in bolletta il sovrapprezzo necessario ad acquistare crediti di emissione dai paesi più virtuosi per un totale di oltre 550 milioni di euro. Inoltre a rendere comunque a portata di mano gli obiettivi di Kyoto, più che lungimiranti politiche ambientali, sarà (questo vale soprattutto per l’Italia, ma non solo) l’effetto che un anno di recessione ha avuto sulle emissioni di CO2. A fine 2009, secondo stime dell’Agenzia internazionale per l’energia, il calo sarà di almeno il 2,6% su scala globale.

Tutto questo secondo Bruxelles conta però poco. Il messaggio che Dimas porterà a Copenaghen è un altro: “L’Europa è disposta ad impegnarsi appieno ma chiede un unico Trattato giuridicamente vincolante che possa essere ratificato a livello universale, in cui ci siano tutti gli elementi essenziali del protocollo di Kyoto”. L’Ue auspica inoltre che i paesi sviluppati si impegnino “a ridurre le emissione collettive di circa il 30% rispetto ai livello del 1990 entro il 2020″. Per Dimas quindi tutti devono far fronte alle loro responsabilità: sia il mondo industrializzato come le economie emergenti. Oggi però, ha concluso il commissario, “c’è troppo pessimismo in giro, in realtà penso che a Copenaghen ci sarà un accordo significativo”.
(12 novembre 2009 – Repubblica.it)


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In città sulle due ruote, la rivoluzione del bike sharing

Scritto da Nicola il 28 ottobre 2009

Nel nostro paese la bicicletta gode di ottima salute. Lo confermano il tutto esaurito degli incentivi stanziati dal governo per l’acquisto di nuovi mezzi. E il successo del bike-sharing, la bici comunale per spostarsi in centro.
di Federico Formica

Sarà che l’ecologia e lo slogan “zero emissioni” vanno molto di moda; sarà che, in fondo, l’Italia ha una tradizione ciclistica ancora molto radicata. Ma nel nostro paese la bicicletta gode di ottima salute. Bastano due dati per confermare che non si tratta di un’impressione, ma di una realtà. Il primo: gli 8 milioni di euro stanziati dal ministero per l’Ambiente per incentivare l’acquisto delle bici sono stati esauriti in quattro giorni. Approfittando dell’aiuto statale, gli italiani hanno comprato 57.000 nuove biciclette in 96 ore. Se non è un record poco ci manca.

Il secondo dato è stato ufficializzato da poche settimane: nel 2009 le città convertite al bike sharing sono salite a 120. E secondo una recente indagine sono quasi 100.000 gli italiani che utilizzano la bicicletta condivisa.

Bike sharing, cos’è? Pensato per ridurre il numero di automobili nei centri abitati, con il bike sharing le amministrazioni comunali mettono le biciclette a disposizione di tutti i residenti per gli spostamenti brevi all’interno della città. I cittadini possono ritirare le bici nei parcheggi disseminati sul territorio, fare il loro percorso e lasciare il mezzo in un altro parcheggio. Che non necessariamente dev’essere lo stesso del ritiro.

Questa è la filosofia, poi ognuno si organizza a modo suo. Su 120 città che l’hanno adottato, solo 39 consentono di sbloccare la bicicletta con una tessera elettronica e di lasciarla in qualsiasi altro parcheggio. Tutti gli altri centri, soprattutto i più piccoli, hanno scelto un sistema basato sulla consegna di una chiave personalizzata e la riconsegna della bici nello stesso punto in cui è stata ritirata.

La convenienza. Spostarsi in bicicletta fa bene alla salute e non inquina, e il pianeta ringrazia. Convertirsi al bike sharing, però, conviene anche dal punto di vista economico. Nelle città meglio attrezzate, chi abita e lavora in centro ha la possibilità di lasciare l’automobile in garage e muoversi solo con la bici comunale. Senza preoccuparsi del prezzo della benzina né di rimanere imbottigliati nel traffico per ore. Chi vive fuori può lasciare l’auto alle porte della città e raggiungere il posto di lavoro con la bici. Molte postazioni, infatti, sono state installate in prossimità dei parcheggi di scambio o dei maggiori capolinea dei mezzi pubblici. Un’altra strategia è infatti quella di lasciare la bici e continuare con l’autobus o la metropolitana per raggiungere destinazioni un po’ più distanti. In alcune città, infatti, gli abbonati al bike sharing godono di sconti e agevolazioni sui mezzi pubblici locali.

Spesso, però, una pedalata è molto più conveniente di una corsa in metropolitana. Soprattutto se lo spostamento è breve. A Milano e a Genova, ad esempio, la prima mezz’ora è gratuita. A Parma si può pedalare anche per un’ora senza spendere un centesimo. Non si può dire lo stesso di Roma: sono gratuiti solo i primi 5 minuti. Poi scatta la tariffa da 50 centesimi. Neanche il tempo di aggiustare il sellino. (Consulta le tariffe di 6 città italiane).

Un crescendo, con qualche neo. In Italia il bike sharing ha fatto passi da gigante negli ultimi anni. Ma rispetto ad altri paesi europei siamo ancora piuttosto indietro: solo per fare un esempio, a Parigi le bici in condivisione sono ventimila. E c’è un altro aspetto da non trascurare: la diffusione a macchia di leopardo. Al nord, infatti, il bike sharing ha trovato un terreno molto più fertile rispetto al Mezzogiorno. Da Roma in giù la mappa delle città amiche delle due ruote è quasi immacolata. Milano è la capitale italiana con 100 parcheggi, 1400 mezzi e ben 12000 abbonamenti. E il bike sharing milanese è stato premiato come “miglior progetto di mobilità sostenibile 2009″ al forum italiano sulla mobilità nei centri urbani. Genova è partita da poco con sei postazioni e ha superato il problema dei saliscendi con le bici a pedalata assistita. Brescia ha 24 postazioni, Parma mette a disposizione 100 bici e Torino dovrebbe finalmente partire con 58 cicloposteggi nella primavera 2010.

Dall’altra parte Napoli è al palo. Se si ha la fortuna di trovare qualche bicicletta a noleggio è solo grazie alla passione di pochi cicloamatori. Palermo è molto indietro, ma almeno ha fatto il primo passo con due stazioni all’interno dell’Università. Il capoluogo siciliano è stato abbondantemente sorpassato da Siracusa che può contare su 300 mezzi, di cui 70 a pedalata assistita. Ma il fiore all’occhiello del meridione è Bari con 10 parcheggi elettronici per un totale di 130 biciclette, un progetto in continua espansione. Del resto i cattivi esempi non sono un’esclusiva del Sud: a Firenze erano state annunciate 800 biciclette per questo autunno ma, ad oggi, è ancora tutto fermo.
(23 Ottobre 2009 – La Repubblica.it


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Per il clima «noi» possiamo fare quasi quanto il protocollo di Kyoto

Scritto da Nicola il 27 ottobre 2009

Negli USA co2 giù del 7,4% in 10 anni soltanto con interventi in casa e in automobile
Uno studio indica i criteri da adottare come singoli cittadini per ridurre le emissioni riscaldanti

MILANO – Se a ridurre le emissioni nazionali di gas serra non provvederanno Obama e Hu Jintao, niente paura, saranno i popoli a salvare il pianeta con i loro comportamenti energetici e ambientali più virtuosi. Anche se può sembrare una forzatura, sembra proprio questo il messaggio implicito in uno studio che viene pubblicato oggi sui Proceedings of the National Academy of Science (PNAS) degli Stati Uniti. Un gruppo di sociologi, economisti e ambientalisti americani, conti alla mano, dimostra che le sole azioni domestiche, attuate con impegno e costanza, già nell’arco di un decennio potrebbero abbattere l’anidride carbonica di percentuali significative, paragonabili a quelle richieste dal Protocollo di Kyoto (titolo dello studio: Household actions can provide a behavioral wedge to rapidly reduce U.S carbon emissions, primo firmatario il sociologo Thomas Dietz della Michigan State University). Ma quali sono le azioni domestiche che potrebbero avere, non solo negli Stati Uniti, su cui sono focalizzati i calcoli della ricerca, ma anche nel resto del mondo industrializzato, effetti così benefici per il risparmio energetico e la salute del clima? Gli autori dello studio indicano 17 tipologie d’intervento. Ecco alcuni degli esempi più praticabili.

IN CASA – Innanzitutto l’isolamento termico degli edifici, responsabile di considerevoli perdite di energia che fanno raffreddare le case d’inverno, nonostante il riscaldamento, e arroventarle d’estate, richiedendo più raffrescamento del necessario. I punti più deboli da isolare: le coperture e gli infissi. Poi, occhi agli stessi impianti: caldaie e condizionatori, spesso inefficienti, i quali a fine vita devono essere sostituiti con apparecchi più risparmiosi. Per gli edifici di nuova costruzione, non dimenticare che esistono criteri architettonici ormai ben sperimentali per favorire il condizionamento interno. Un’attenzione speciale deve essere posta alle modalità di uso di tutti gli apparati domestici: senza nulla perdere in comfort, vanno eliminati gli eccessi di caldo e di freddo intervenendo costantemente su termometri e temporizzatori. Inutile, per esempio, tenere al massimo la temperatura degli scaldabagni elettrici, che divorano fiumi di energia; oppure scegliere programmi di lavaggio lunghi ed energici per capi di biancheria non troppo sporchi. Ancora, non è affatto trascurabile in termini di risparmio, staccare le spine degli apparecchi elettrici che continuano a consumare energia anche quando sono apparentemente spenti (posizione di standby).

IN AUTOMOBILE – Passando a quella che nei Paesi industrializzati può essere considerata la casa itinerante, dove spesso si trascorrono alcune ore al giorno, cioè l’automobile, anche per essa valgono i criteri di corretta manutenzione che fanno risparmiare significative quantità di carburante. Particolari di solito trascurati da chi compie quotidianamente lunghi percorsi: l’abolizione della guida cosiddetta brillante, con accelerazioni e frenate continue; la riduzione delle velocità massime di crociera; l’adozione di pneumatici a basso coefficiente di attrito. Anche in questo caso, a fine vita del veicolo, va attentamente meditata la sostituzione con uno a motorizzazione più efficiente. Insomma, all’atto dell’acquisto, non badare solo all’estetica, ma soprattutto ai consumi.

L’EFFETTO – Detti così, più che provvedimenti per conseguire decisive riduzioni delle emissioni riscaldanti (oltre che degli inquinanti ordinari), sembrano azioni di buonsenso per risparmiare energia e spendere meno. Ma gli autori della ricerca PNAS calcolano che, se sistematicamente adottate negli Stati Uniti, queste azioni portano in un decennio all’abbattimento del 7,4 % delle emissioni nazionali. Anche se gli autori non estendono il calcolo ad altri Paesi, aggiungono tuttavia che risultati più o meno simili si potrebbero raggiungere negli altri Paesi industrializzati, con percentuali eguali o più elevate nel caso di sistemi energetici complessivamente inefficienti, come quelli di Canada e Australia; e percentuali più ridotte nei Paesi dell’Europa Occidentale, già dotati di sistemi mediamente più efficienti.

INCENTIVI – Se si considera che nei dieci anni successivi all’approvazione del Protocollo di Kyoto, i provvedimenti presi dai governi hanno in genere fallito, tranne pochissime eccezioni, obiettivi di riduzione delle emissioni di appena il 5,2%, la rivoluzione dal basso proposta da Dietz e collaboratori appare allettante. A patto che, aggiungono gli autori, siano assunti tutti quei provvedimenti per favorirla: campagne di informazione di massa e incentivazioni. Alla vigilia di una Conferenza mondiale sul clima di Copenaghen il cui successo non è affatto scontato, sembra una proposta più che ragionevole.

Franco Foresta Martin – Corriere.it


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