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La Germania dice addio al nucleare.
Scritto da Nicola il 30 maggio 2011Le centrali verranno fermate tutte entro il 2022: gran parte dei reattori disattivati entro il 2011.
Dall’atomo attualmente il 22% del fabbisogno di elettricità del paese.
MILANO – La Germania sarà la prima potenza industriale a rinunciare all’energia nucleare. Il ministero dell’Ambiente ha annunciato infatti che fermerà il suo ultimo reattore nel 2022 e ha definito la decisione «irreversibile». Venerdì scorso i ministri dell’Ambiente regionali e federale si sono accordati sulla decisione.
LA DECISIONE – Gran parte dei reattori tedeschi sarà disattivato entro quest’anno, mentre gli ultimi tre funzioneranno per altri 11 anni al massimo. Il ministro Norbert Roettgen ha spiegato che gli otto reattori dei 17 che non sono collegati alla rete di produzione di energia elettrica non saranno più riattivati. La decisione è frutto delle riflessioni che il governo tedesco ha avviato dopo il disastro di Fukushima, che ha provocato proteste di massa nel paese, contro l’impiego dell’energia atomica. L’energia nucleare garantisce attualmente il 22% del fabbisogno di elettricità del Paese.
PROTESTE – Domenica decine di attivisti di Greenpeace si erano arrampicati sulla Porta di Brandeburgo, a Berlino, per chiedere lo stop del nucleare esponendo uno striscione con la scritta «Ogni giorno di energia nucleare è uno di troppo». Sabato decine di migliaia di persone avevano manifestato in diverse città sempre contro il nucleare. Secondo gli organizzatori almeno 16 mila persone in 21 città, di cui 25 mila a Berlino e Monaco, 20 mila ad Amburgo e 10 mila a Friburgo avevano partecipato a cortei, mentre la polizia tedesca ha contato circa 20 mila manifestanti nella capitale
(Corriere.it – 30/05/2011)
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Quel lago di luce. Il primato europeo di una piccola valle.
Scritto da Nicola il 28 aprile 2011In Val Sabbia la più grande centrale
fotovoltaica pubblica d’Europa
Dal nostro inviato GIAN ANTONIO STELLA
C’è un lago di luce, tra le valli padane. Nei giorni in cui l’Italia si spacca sul nucleare, emerge dal profondo Nord una comunità montana virtuosa che si è dotata della più grande centrale pubblica fotovoltaica d’Europa. La quale distribuisce elettricità gratis a tutti gli uffici municipali, le strade, i semafori, i pensionati, le scuole… Senza un centesimo di soldi statali.
Siamo in Valle Sabbia, a nord-est di Brescia, lungo il fiume Chiese. Zona per secoli poverissima. Di emigrazione. Di parenti sparsi per l’Australia, la Merica, il Belgio, il Brasile… Di profumi forti come quello del Bagoss, il celeberrimo formaggio di Bagolino. Di infanzie passate nelle stalle o intorno al fuoco a cantare «baghècc». Di montanari cresciuti nel mito della Ferriera Italiana di Vobarno e delle acciaierie Falck, finite una quindicina di anni fa alla famiglia Chan di Hong Kong. Di fabbrichette nate dal contagio del virus dell’«imprenditorite».
Valle di gente seria. Che aveva fatto della Comunità montana una cosa seria. Al punto che, quando esplose lo scandalo delle comunità montane a livello del mare e si pose il problema di cancellare le comunità pataccare proprio per salvare quelle vere e virtuose, uno degli esempi citati a modello era sempre questo: la Val Sabbia.
Qui l’organismo altrove ridotto a un carrozzone ha messo insieme 25 comuni della valle più altri 16 che si sono aggregati. Qui la Secoval (società per i servizi comunali) frutto dell’alleanza è riuscita a strappare contratti altrimenti impensabili per la fornitura del gas e la rimozione dei rifiuti urbani pretendendo che i vincitori delle gare si accollassero il disturbo di servire anche le contrade che mai avrebbero servito perché poco remunerative. Qui sono stati raggruppati per risparmiare tutti i servizi Ici, Tarsu (smaltimento spazzatura), Tia (Tariffa di igiene ambientale). Qui c’è una banca dati che gestisce tutti gli strumenti di pianificazione e programmazione territoriale così precisa e aggiornata da contenere le foto di ogni edificio e ogni cancello d’accesso, consentendo insieme la massima vigilanza contro l’abusivismo e la massima disponibilità nei confronti dei cittadini che via Internet possono fare gran parte delle pratiche senza doversi mettere in coda agli sportelli. Qui 15 dipendenti coprono il lavoro di una ragioneria unica, un ufficio tecnico unico, una segreteria unica. Totale dei dipendenti comunali: 297 per 41 comuni con 160.000 abitanti complessivi. Uno ogni 538 abitanti. Un settimo, dicono le carte, di quelli milanesi: uno ogni 74.
Fatto sta che quando il governo Berlusconi ha deciso di sopprimere di fatto tutte le comunità montane, sia quelle «marine» sia quelle serie e funzionanti pur di non fare una scelta (questa sì, questa no) che sarebbe stata rognosa dal punto di vista clientelare, in Val Sabbia non si sono lagnati più di tanto. E dopo aver mandato un moccolo a chi non aveva capito niente del loro ruolo, si sono impuntati di sopravvivere a dispetto di Roma. Contando solo su 300 mila euro della Regione Lombardia e sulle entrate derivanti dai risparmi fatti fare ai comuni consorziati.
La centrale della Val Sabbia
Ma veniamo alla centrale fotovoltaica. «Siamo partiti nel giugno dell’anno scorso», spiega il presidente della comunità montana Ermano Pasini, che è consigliere provinciale e sindaco di Provaglio dal 1985, quando aveva solo 21 anni, prima come democristiano, poi come pidiellino. «C’erano finanziamenti per le energie alternative di scadenza il 31 dicembre 2010. Una volta deciso, dovevamo fare in fretta. Tre mesi, tartassando gli uffici tutti i giorni, se ne sono andati per le autorizzazioni. A settembre, finalmente, siamo partiti: ci restavano 90 giorni».
L’area giusta viene individuata in una valletta isolata in località Gusciana, sotto il monte Budellone nel comune di Paitone. Non si vede se non ci vai apposta e deve comunque esser risanata: ci sono infatti i ruderi un vecchio allevamento di tacchini. Tredici capannoni con i tetti di amianto. Tutta roba pericolosissima, da smaltire come rifiuti speciali in discariche speciali per un totale di 350 mila chili di materiale contaminato.
Tre mesi per buttare via tutto, ripulire, risanare, costruire la centrale: da far tremare le vene ai polsi. Ma è lì che viene fuori uno dei rarissimi esempi virtuosi di questa Italia litigiosissima: tutte ma proprio tutte le decisioni da prendere passano all’unanimità sia nei comuni di destra, dove vota sì anche la sinistra, sia nei comuni di sinistra, dove vota sì anche la destra. Un piccolo miracolo. Vengono trovati i soldi: 23 milioni e mezzo di euro anticipati (mutuo ventennale) dalla Banca Cooperativa Valsabbina. Viene individuato chi può costruire l’impianto, il Consorzio Stabile Sardegna.
Ai primi di settembre 2010 partono i lavori. Che vanno avanti senza un attimo di sosta col sole, la pioggia, il vento e la neve. «Non ce l’avremmo mai fatta, senza quegli operai, quei tecnici, quei manovali sardi. Erano un centinaio. Hanno lavorato come pazzi anche di notte, con i fari. Perfino la vigilia di Natale, hanno lavorato», spiega l’architetto Antonio Rubagotti, che ha firmato il progetto complessivo. «Demoliti i capannoni e portato via l’amianto, hanno posato 24.024 pannelli per un totale di 38.438 metri quadri. Tutti stesi seguendo il più possibile la conformazione del terreno, tra gli alberi, in modo da avere il minor impatto possibile dal punto di vista visivo. E posati con una inclinazione di 10 gradi rinunciando a quella ideale (oltre i 30) purché dessero meno nell’occhio. Certo, ci rimettiamo il 5 o 6% di resa. In compenso non è orrendo come certi impianti che si vedono in giro. A guardarlo da lontano sembra un lago…».
Fatto sta che il 28 dicembre l’impianto era finito. Pronto per essere allacciato alla rete elettrica. E da allora fornisce energia per 7,8 milioni di kilowatt all’anno. Il che consente un ricavato annuale di circa 5 milioni di euro: «Uno e otto lo diamo alla banca per restituire il mutuo, uno e qualcosa se ne va per la gestione e l’assicurazione e due tornano ai comuni che non pagano più un centesimo per tutta l’illuminazione pubblica. Tutti soldi di risparmio sulla partita corrente. Quella che toglie il sonno ai sindaci», ride Ermano Pasini. «Abbiamo fatto o no un affarone?».
Non basta. Oltre a fornire energia elettrica (è anzi previsto un aumento di 1 milione di kilowatt l’anno), la valletta risanata con la rimozione di quella montagna di amianto diventerà un Parco delle Energie rinnovabili. Dove le scolaresche in visita potranno vedere anche una (piccola) pala eolica e, grazie a un vicino ruscello, un mulino ad acqua. E dove ogni metro di spazio libero ospiterà grandi siepi di lavanda profumata e distese di piante e di fiori che seguono l’andamento del sole, come appunto il girasole. E al primo che sparerà a zero su «tutte» le comunità montane (magari per salvare le province), quelli della Val Sabbia faranno, rispettosamente, un pernacchio.
Corriere.it – 28 aprile 2011
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Maxi-aumento per benzina e gasolio. E la Spagna riduce i limiti di velocità.
Scritto da Nicola il 26 febbraio 2011In Italia la verde raggiunge gli 1,536 al litro alla pompa, il gasolio quota 1,426
La crisi libica si fa sentire: Madrid punta a ridurre i consumi e le importazioni. E incentiva i mezzi pubblici
In Italia la verde raggiunge gli 1,536 al litro alla pompa, il gasolio quota 1,426
La crisi libica si fa sentire: Madrid punta a ridurre i consumi e le importazioni. E incentiva i mezzi pubblici
(Image)
MILANO- Maxi-aumento per la benzina e il diesel di Eni, che in un sola battuta aumenta i listini di due centesimi al litro. È «l’effetto Libia» che si abbatte così in maniera sempre più pesante sui carburanti nazionali, secondo quanto emerge dalle rilevazioni di Quotidiano Energia. Il market leader, che porta così la verde a 1,536 euro e il gasolio a 1,426 euro, nell’occasione non è però solo, visto che anche Esso e Q8 aumentano entrambi i prodotti di un centesimo.
L’ESEMPIO SPAGNOLO – Il problema non è però solo italiano. Per cercare di limitare i consumi, il governo spagnolo ha deciso che a partire dal 7 marzo la velocità sulle autostrade sarà limitata a 110 chilometri orari, misura che secondo le autorità di Madrid permetterà di diminuire del 15% il consumo di benzina e dell’11% quello del gasolio. Il governo ha anche deciso di abbassare del 7% le tariffe ferroviarie del trasporto regionale, per incentivarne l’uso. Il vicepremier e ministro degli Interni, Alfredo Perez Rubalcaba, ha sottolineato come non vi siano rischi per quel che riguarda le forniture di combustibile, ma che il rialzo del prezzo del petrolio provocato dai disordini nella ragione sta facendo lievitare la spesa pubblica. Ogni 10 dollari di aumento al barile infatti costa 6 miliardi di euro l’anno in più alle casse dello Stato: la Spagna importa circa l’80% dell’energia consumata, il che la rende particolarmente vulnerabile alle fluttuazioni del mercato energetico.
DINAMICA DEI PREZZI – Tornando ai prezzi in Italia, gli aumenti hanno portato le punte massime a superare i picchi di tre anni fa, con la verde che in Campania arriva a costare 1,596 euro/litro (mentre il minimo si registra in Veneto a 1,529 euro/litro). Per il gasolio il valore massimo alla pompa si tocca in Sicilia a 1,469 euro/litro. Il Gpl, infine, si posiziona tra lo 0,789 euro/litro registrato nei punti vendita Eni e lo 0,799 euro/litro degli impianti Q8 (0,771 euro/litro le no-logo). All’origine di questa dinamica, l’incertezza sugli approvvigionamenti delle raffinerie che ha scatenato una raffica di aumenti dei prezzi dei prodotti raffinati in Mediterraneo: la benzina ha raggiunto i 975,50 dollari la tonnellata (+11,50), il diesel i 963,25 (poco meno di 20 dollari in più).
«CONTRATTI RISPETTATI» – A rassicurare i mercati petroliferi arrivano dalla Libia alcune dichiarazioni degli insorti contro Gheddafi. Un membro della coalizione che controlla Bengasi ha annunciato che i contratti petroliferi che sono legali e nell’interesse dei cittadini libici saranno mantenuti.
Corriere.it – 28 febbraio 2011
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Fotovoltaico: quanto costa alle famiglie italiane? 1,70 euro al mese.
Scritto da Nicola il 19 febbraio 2011I dati forniti al Senato dalle associazioni del settore
Smentite le prime stime del Gse che facevano ipotizzare costi pesanti sulle bollette.
MILANO – «Il fotovoltaico è una grande opportunità economica e sociale per l’Italia: sarebbe grave se perdessimo il treno delle rinnovabili». È stato chiaro il presidente di Asso Energie Future, Massimo Sapienza, nella conferenza stampa al Senato del 15 febbraio in cui ha presentato assieme a Grid Parity Project, i dati del fotovoltaico italiano, ultimamente messi sotto accusa da più parti per gli alti costi degli incentivi che peserebbero sulle bollette dei cittadini italiani. A ogni famiglia italiana il fotovoltaico costerà in bolletta 1,70 euro al mese a partire dal 2011, secondo i dati forniti al Senato.
DATI – Raggiungendo l’obiettivo fissato per lo sviluppo del fotovoltaico, si taglieranno inoltre le emissioni nazionali di gas serra del 5% entro il 2020 portando l’Italia verso l’obiettivo fissato dal protocollo di Kyoto. I posti di lavoro creati dal fotovoltaico, oggi 15 mila, saliranno a un totale valutato tra 210 mila e 225 mila nei prossimi nove anni. E infine, entro il 2020 l’energia dal sole produrrà 110 miliardi di euro in termini di ricchezza generale, portando alle casse dell’erario circa 50 miliardi di euro nei prossimi 30 anni.
GSE – Il Gestore dei servizi elettrici (Gse) lo scorso mese ha reso noto che a fine 2010 risultavano installati 2.800 megawatt (3.200 con gli impianti entrati in esercizio a febbraio), ma esistevano domande di allaccio tali da far prevedere il raggiungimento di quota 7 mila MW a metà 2011. Una corsa all’installazione che il Gse considera legata agli incentivi per gli impianti fotovoltaici che entreranno in esercizio entro giugno 2011 purché abbiano comunicato la fine dei lavori entro il 31 dicembre 2010. «I nostri dati, confortati dalle ricerche di Credit Suisse, Morgan Stanley e Jefferies & Company, indicano però una situazione sensibilmente diversa», hanno detto le due associazioni.
PREVISIONI GONFIATE – Secondo le valutazioni di Asso Energie Future e Grid Parity Project a metà 2011 si arriverebbe invece a 4.700 MW installati, non a 7 mila. Per raggiungere la quota prevista dal Gse bisognerebbe supporre che quasi tutte le richieste già presentate si trasformino in impianti operativi entro il 30 giugno. «Una parte delle richieste è stata avanzata da chi non aveva il diritto», spiegano i presidenti di Asso Energie Future e Grid Parity Project. «Sono state fatte dichiarazioni false o esagerate da alcuni furbi. Negli ultimi giorni c’è stato un vero caos: per esempio ci sono domande che sono state registrate più volte. Anche il Gse sta rivedendo le stime, ma intanto il danno è fatto».
OBIETTIVO SOTTOVALUTATO – Per gli operatori del settore l’obiettivo fissato dal governo per il fotovoltaico (8 mila MW al 2020) è molto modesto se paragonato alla Germania che si è data come target 52 mila MW e ne ha installati a oggi 18 mila. «Una manovra squilibrata potrebbe bloccare il mercato, scoraggiando gli investitori e mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro», dice Sapienza, che chiede di rivedere in più punti il decreto legislativo sulle rinnovabili che si sta esaminando in Senato.
RICCHEZZA DISTRIBUITA – Lo sviluppo del solare è in mano alle famiglie e non alla grande industria, dicono le associazioni. Non è quindi vera l’accusa secondo la quale la spinta per far avanzare il fotovoltaico viene soprattutto da grandi industrie e multinazionali. I pannelli «privati» sono circa il 34% con 1.566 MW stimati su un totale di 4.700. Gli operatori finanziari e industriali pesano per il 28% del totale, con 1.316 megawatt. «Incentivare il solare significa sviluppare la produzione di energia diffusa», commentano i promotori dell’iniziativa.
Corriere.it – 17 febbraio 2011
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Benvenuti a Corchiano, comune modello.
Scritto da Nicola il 16 febbraio 2011Amministrare e vivere civilmente si può. Parola del premio Oscar, Nicola Piovani.
Marco Boschini, assessore all’Ambiente, Patrimonio ed Urbanistica del comune di Colorno (provincia di Parma) e coordinatore dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, il 10 febbraio ha scritto per il sito del Fatto Quotidiano un post intitolato Voglio adottare una cantina a Corchiano. Nel suo articolo, Boschini racconta la sua visita nel piccolo comune del viterbese, vincitore dell’edizione 2010 del Premio “Comuni a 5 stelle”. Una garanzia. Eppure – scrive Boschini – “la comunità riesce a sorprendermi”. Ovvero sembra ancora più virtuosa di quanto il riconoscimento non potesse far pensare. “Le persone fermate per strada – scrive – vivono con consapevolezza e orgoglio il loro essere virtuosi: con la raccolta differenziata all’85%, la raccolta degli olii esausti, i vigili in bicicletta, l’educazione ambientale, le fontanella con l’acqua del sindaco, le borse di tela per la spesa… Conoscono il premio, fanno scelte quotidiane di sobrietà e buon senso, e sostengono l’attività dell’amministrazione comunale concretamente. Sentendo parlare il sindaco medico Bengasi Battisti e il suo vice, Livio Martini, hai la netta sensazione di respirare l’aria di un progetto complessivo, percepisci il futuro attraverso i loro sguardi, i discorsi pieni di passione civica e capacità di contaminazione, come una specie di virus positivo”. Per concludere, poi, con l’idea che dà il titolo al suo post per il sito: c’è l’intuizione di Adotta una cantina, un bando per mettere a disposizione dei cittadini gli spazi/grotte riempiti negli ultimi decenni con carcasse di auto, scarti di demolizione, rifiuti di ogni genere. Oggi bonificati e dati in gestione ai cittadini che ne hanno fatto richiesta e che oggi fanno a gara per tenerli puliti, presidiati, riempiendoli di oggetti e di vita”. Insomma, per Boschini Corchiano è un luogo davvero d’eccellenza.
Dopo aver letto questo articolo, il maestro Nicola Piovani – premio Oscar per la colonna sonora de La vita è bella di Roberto Benigni – ci ha inviato la sua testimonianza sul comune di Corchiano che molto volentieri pubblichiamo.
Conosco molto bene Corchiano da anni, per ragioni personali, e siccome in questi tempi si parla molto di questo minuscolo paese del Viterbese come modello del vivere civile, anche sul sito del Fatto Quotidiano, vorrei aggiungere qualche considerazione. Quello che si scrive sulla virtuosità di questo comune e di questa comunità – l’acqua del sindaco, i vigili in bicicletta, il recupero ambientale – a leggerlo può suonare retorico, consolatorio, disneyano. O “buonista”, brutto termine caro agli acidi per natura. E invece, per chi campa quotidianamente in questo paesino, risulta essere tutto non solo vero, ma anche vissuto con civile normalità e senza eroismi da parte dei cittadini e degli amministratori. Io penso che la bellezza di quello che lì accade stia proprio in questa orgogliosa normalità e nel monito che tale normalità contiene: è possibile vivere secondo un modello comunitario non rassegnato, amministrare in modo trasparente e creativo, tentare di costruire una civiltà solidale.
Con difficoltà, limiti, errori, ma è possibile. Per i cinici di mestiere non so pensare nessuna risposta più concreta e migliore di questa quotidianità corchianese. Me li immagino i sorrisetti dei qualunquisti scettici, quelli che amano espressioni come “non cambia mai niente”, e “da che mondo è mondo”, e “so’ tutti uguali”, e “le anime belle”, e “la melassa buonista” e via così con le banalità sprezzanti.
Qualcuno obietta: “Facile, in una piccola comunità, ma ben altro è gestire la complessità di uno Stato”. Vero. Eppure, nonostante sembri facile, quante piccole amministrazioni italiane sono palestre di disfunzioni, clientele, degrado e furti? Forse il sindaco Battisti, l’assessore Martini e tutta l’amministrazione corchianese ci ricordano, quando ce lo dimentichiamo, che l’onestà in politica è una risorsa per i cittadini, cioè per tutti noi: è una ricchezza collettiva, non una fesseria per “buonisti”.
da il Fatto Quotidiano del 16 febbraio 2011
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NUCLEARE: interviene la Consulta.
Scritto da Nicola il 2 febbraio 2011Nucleare, la Consulta: “Per le centrali
serve il parere delle Regioni”
La Corte Costituzionale boccia in parte la linea del governo: gli enti regionali dovranno esprimersi, anche se in modo non vincolante, sulla costruzione degli impianti. Legambiente: “Se il governo non cambia idea, ci sarà una stagione di conflitti sociali e istituzionali”. Assoelettrica: “A rischio il ritorno all’atomo”
Sulla strada del ritorno all’atomo c’è un nuovo ostacolo. La Corte Costituzionale ha infatti bocciato in parte la linea del governo, che non potrà così decidere dove costruire nuovi impianti nnucleari senza aver coinvolto le Regioni interessate. Che d’ora in poi dovranno dare il loro parere: non vincolante, ma obbligatorio.
La Consulta ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 4 del decreto attuativo della legge delega in materia di nucleare nella parte in cui non prevede che la Regione, prima dell’intesa con la Conferenza unificata, esprima il proprio parere sul rilascio dell’autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio delle centrali. Con un’articolata sentenza scritta dallo stesso presidente della Ugo De Siervo, la Corte ha accolto solo una parte delle numerose censure mosse dalle regioni Toscana, Emilia Romagna e Puglia sul decreto legislativo approvato dall’esecutivo un anno fa. Ma ha stabilito che, a differenza di quanto previsto dal governo, la “Regione interessata deve essere adeguatamente coinvolta nel procedimento”. E, secondo la Consulta, “un adeguato meccanismo di rappresentazione” che “ragionevolmente bilanci le esigenze di buon andamento dell’azione amministrativa e gli interessi locali” è “costituito dal parere obbligatorio, seppur non vincolante, della Regione stessa”. Attraverso tale consultazione, “la Regione è messa nelle condizioni di esprimere la propria definitiva posizione, distinta nella sua specificità da quelle che verranno assunte, in sede di Conferenza unificata, dagli altri enti territoriali”.
Soddisfazione per la sentenza della Corte Costituzionale è stata espressa da Legambiente. ”Per realizzare qualsiasi infrastruttura è necessaria la condivisione con il territorio, a maggior ragione per impianti che condizionano lo sviluppo futuro dell’area che li ospiterà – ha commentato il presidente Vittorio Cogliati Dezza –. Questo vale ancor di più per le centrali nucleari che hanno un fortissimo impatto in termini d’inquinamento locale e che sono molto discutibili dal punto di vista della sicurezza. Se il governo continuerà nel folle progetto di riattivare le centrali nucleari nel Paese, dovrà aspettarsi una grande stagione di conflitti sociali e istituzionali”.
Secondo il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, “La Corte Costituzionale indica la strada della concertazione e di un necessario coinvolgimento che fino a oggi è mancato nella interlocuzione con il governo”. Un giudizio positivo sulla sentenza ha espresso pure il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, secondo cui la decisione della Consulta va contro “un governo che è il più centralista della storia dell’Italia, un governo che sbandiera un federalismo che al momento odora più di secessione”. Il responsabile green economy del Pd, Ermete Realacci, parla di “duro colpo a una scelta sbagliata. La Consulta boccia il tentativo del governo Berlusconi di imporre il nucleare con la forza. Del resto eravamo l’unico caso in un paese occidentale dove fosse stata approvata una legge che decide la costruzione delle centrali nucleari anche contro il volere di Regioni e territori”.
Per il sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico, Stefano Saglia, ”la decisione della Consulta è tutt’altro che negativa per il prosieguo del programma nucleare. Molti dei commenti che sono stati fatti sono del tutto strumentali. Il parere delle Regioni, per la sentenza, è obbligatorio ma non vincolante. La Consulta conferma che l’impianto del decreto è sostanzialmente valido. Infatti tutte le altre questioni sono state dichiarate inammissibili o infondate”. Ma le parole di Saglia non convincono però il presidente di Assoelettrica, Giuliano Zuccoli, che esprime “preoccupazione sugli effetti che la sentenza della Consulta può avere sul futuro del nucleare in Italia. Sui siti confidiamo che ci possa essere un chiarimento perchè bisogna comunque arrivare a capire dove dobbiamo collocare le centrali italiane, superando la sindrome Nimby (Not in my back yard, non nel mio giardino, ndr)”.
(Il Fatto Quotidiano – 2 febbraio 2011)
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“Xenofobia, discriminazioni, respingimenti”.
Scritto da Nicola il 25 gennaio 2011L’Italia bocciata da Human Rights Watch.
Nella relazione annuale sullo stato dei diritti umani nel mondo l’agenzia americana punta il dito contro l’immobilità delle organizzazioni internazionali di fronte a gravi crisi e violazioni dei diritti umani. Nel nostro Paese spiccano i casi di Rosarno, dei profughi africani rimandati in Libia e degli sfratti forzati di rom.
di MARCO PASQUA
ROMA – Razzismo e xenofobia sono ancora un “problema pressante” per l’Italia, un Paese nel quale il dibattito politico, troppo spesso, è segnato da toni accesi ed ostili. A scriverlo è Human Rights Watch (Hrw), l’organizzazione con sede a New York che, ogni anno, stila un rapporto sulle pratiche dei diritti umani a livello mondiale, e che sintetizza i problemi principali in più di 90 Paesi. Il documento (scaricabile a questo indirizzo IL RAPPORTO
“Xenofobia, discriminazioni, respingimenti”
L’Italia bocciata da Human Rights Watch
Nella relazione annuale sullo stato dei diritti umani nel mondo l’agenzia americana punta il dito contro l’immobilità delle organizzazioni internazionali di fronte a gravi crisi e violazioni dei diritti umani. Nel nostro Paese spiccano i casi di Rosarno, dei profughi africani rimandati in Libia e degli sfratti forzati di rom
di MARCO PASQUA
Il direttore di Hrw, Kenneth Roth, presenta il rapporto 2011
ROMA – Razzismo e xenofobia sono ancora un “problema pressante” per l’Italia, un Paese nel quale il dibattito politico, troppo spesso, è segnato da toni accesi ed ostili. A scriverlo è Human Rights Watch (Hrw), l’organizzazione con sede a New York che, ogni anno, stila un rapporto sulle pratiche dei diritti umani a livello mondiale, e che sintetizza i problemi principali in più di 90 Paesi. Il documento chiama anche in causa le politiche di molti Stati – inclusi alcuni dell’Unione Europea – che accettano “i sotterfugi di governi repressivi, sostituendo a pressioni per il rispetto dei diritti umani approcci più morbidi quali dialogo privato e cooperazione”. I Paesi che dovrebbero essere i paladini dei diritti umani “hanno fallito”, accusa l’organizzazione che ha sede a New York.
Da Rosarno ai rom. Nel rapporto di 649 pagine, giunto quest’anno alla 21esima edizione, si dedica un capitolo all’Italia e si ricordano i vari casi di violenze scaturite dal razzismo e dalla xenofobia. Un lungo elenco, nel quale figurano anche le condanne e i richiami, spesso non seguiti da azioni correttive, da parte degli organismi internazionali. Si nota anche l’assenza di leggi specifiche che proteggano le persone discriminate sulla base del loro orientamento sessuale. La disamina parte dalla vicenda di Rosarno che, a gennaio 2010, ha determinato il ferimento grave di 11 lavoratori migranti africani, nel corso della violenta guerriglia le cui immagini hanno fatto il giro del mondo. “Almeno altri 10 migranti, 10 agenti delle forze dell’ordine e 14 residenti hanno dovuto fare ricorso alle cure mediche – ricorda il rapporto – Più di mille migranti hanno lasciato la città in seguito alle violenze”.
L’organizzazione ricorda come, a febbraio, molti Paesi abbiano espresso la loro preoccupazione relativamente alla violenza xenofoba italiana, nel corso del Consiglio per i diritti umani presso le Nazioni Uniti. E’ ancora “alto” il livello di discriminazione patito da rom e sinti, che vivono in condizioni di povertà estrema, in condizioni di vita “deprecabili”, all’interno di campi autorizzati e abusivi. Secondo l’ong, i rom provenienti dall’Europa dell’Est, soprattutto dalla Romania, hanno dovuto far fronte a “sfratti forzati” e ad “incentivi economici” per tornare nei loro Paesi d’origine. E, anche in questo caso, si ricorda il richiamo della comunità internazionale: a ottobre, il comitato europeo dei diritti sociali “ha condannato l’Italia per le discriminazioni nei confronti dei rom, a livello abitativo, ma anche per quanto riguarda l’accesso all’assistenza sociale, economica e legale”.
I respingimenti. “Numerosi” gli interventi della Corte europea dei diritti dell’Uomo (ECtHR) e del consiglio d’Europa contro il trasferimento di sospettati di terrorismo in Tunisia, come Mohamed Mannai (membro di un gruppo jihadista, condannato dal tribunale di Milano). Trasferimenti avvenuti nonostante questi prigionieri rischiassero di subire dei maltrattamenti nel loro Paese d’origine. L’Italia, inoltre, “non ha offerto asilo a una dozzina di eritrei, che aveva respinto verso la Libia nel 2009, e dove sono stati vittime di maltrattamenti e detenzioni illegittime insieme ad altre centinaia di connazionali”. Ad aprile, il nostro Paese ha “violato il divieto di respingimento” quando ha intercettato un’imbarcazione carica di migranti, e l’ha rispedita in Libia, “senza verificare se ci fossero persone bisognose di protezione internazionale” e senza dar loro la possibilità di chiedere asilo. Infine, viene menzionato il processo ai poliziotti responsabili delle violenze commesse nel corso del G8 di Genova: a fronte “della condanna di 25 agenti su 29″, il ministero dell’Interno “ha comunicato di non volerli sospendere”.
Il silenzio della Ue. Il documento presenta anche un atto d’accusa contro le deboli diplomazie di Onu e Unione europea che, troppo spesso, non fanno seguire alle parole i fatti, per costringere i regimi repressivi a rispettare i diritti umani. “Anziché opporsi con fermezza ai leader violenti, molti governi, tra cui alcuni Paesi membri dell’Unione europea – spiega una nota di Hrw – adottano politiche che non generano pressioni volte a un cambiamento. La Ue, anche nei confronti di chi viola i diritti umani, sembra essere orientata a sposare l’ideologia del dialogo e della cooperazione”. Tra gli esempi citati, quelli di Uzbekistan e Turkmenistan: in questo caso, l’Unione non è riuscita a esercitare sufficienti pressioni sui loro governi per favorire cambiamenti. “Sebbene gli accordi di cooperazione della Ue con altri paesi siano condizionati sistematicamente sul rispetto di fondo dei diritti umani, (l’Unione) ha concluso un significativo accordo di scambio col Turkmenistan, un governo fortemente repressivo”, dice Hrw. Altri esempi di scarso impegno, in tal senso: l’approccio verso il presidente ruandese Paul Kagame e il primo ministro etiope Meles Zenawi, ma anche verso una Cina in cui le libertà basilari dell’uomo vengono messe continuamente a repentaglio. Al tempo stesso, la Ue viene invitata a fare di più per difendere i diritti degli immigrati clandestini, per offrire migliori condizioni di asilo politico e essere più attenta ai diritti umani quando si introducono strumenti di lotta al terrorismo. C’è anche un richiamo agli stessi Paesi membri della Ue a non adottare la politica del doppiopesismo: “La credibilità dell’Unione europea come una forza che si batte per i diritti umani nel mondo, dipende anche dalla sua volontà di affrontare le violazioni commesse dai suoi stati membri. Con esempi di discriminazioni e una crescente intolleranza verso i migranti, i musulmani, i rom e altri, ma anche un accesso inadeguato al diritto d’asilo, gli stati membri e le istituzioni europee devono dimostrare un maggior impegno nel far sì che il rispetto per i diritti umani all’interno dei loro confini sia in sintonia con le posizioni europee all’estero”. “Le pressioni europee ci sono state – concede Hrw – ma solo verso quei governi nei quali il comportamento è stato talmente scandaloso, da far passare in secondo piano gli interessi in gioco: è stato così con la Corea del Nord, l’Iran e lo Zimbabwe”. Un problema che riguarda anche l’Onu, che sbaglierebbe ad “affidarsi ai canali diplomatici e non alla condanna pubblica per convincere i regimi repressivi, come quello cinese, a porre fine alle violazioni dei diritti umani”. Secondo l’organizzazione, l’errore fondamentale del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e di molti altri Paesi della comunità internazionale è quello di promuovere ”il dialogo e la cooperazione” preferendolo alle pressioni pubbliche nei confronti di quegli Stati che violano i diritti dell’uomo.
Focus su Egitto, Iran, Tunisia. Sul fronte delle violazioni più gravi dei diritti umani, il rapporto, che accusa l’Egitto di “diffuse discriminazioni” contro i cristiani copti e le altre minoranze religiose, continua ad occuparsi della situazione in Iran, dove “la tutela dei diritti umani è peggiorata e il regime ha utilizzato la tortura e l’intimidazione per reprimere l’opposizione e le critiche e per consolidare il suo potere. Continuano senza sosta le restrizioni sulla libertà d’espressione e associazione, le libertà religiose e le discriminazioni sessuali. Durante gli interrogatori della polizia è stata usata la tortura per ottenere delle confessioni. Centinaia di persone, tra cui avvocati, giornalisti, attivisti e leader dell’opposizione restano in carcere senza un capo d’accusa”. La “rivoluzione del gelsomino” in Tunisia, che ha portato alla caduta del regime di Ben Ali, secondo l’Hrw ha dato una “lezione” all’Unione europea e agli Stati Uniti sui rapporti con i dittatori: “L’Unione europea non si è resa conto dell’arrivo di questa rivoluzione. Penso – ha detto Kenneth Roth, direttore generale dell’organizzazione – che l’Ue, gli Stati Uniti e gli altri abbiano capito la lezione E’ un errore schierarsi in un certo qual modo al fianco di un dittatore anche se visto come bastione contro il terrorismo o l’immigrazione illegale”.
(24 gennaio 2011 – Repubblica.it)
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Rinnovabile significa lavoro, ma in Italia ancora troppi ‘no’.
Scritto da Nicola il 25 gennaio 2011Guglielmo Epifani, ex segretario della Cgil, lancia l’Associazione Bruno Trentin. E affronta le questioni che legano occupazione e green economy, il nucleare che rischia di rallentare la corsa del Paese, e l’opportunità rappresentata dalle nuove fonti di energia. “Ma l’Italia è dominata da una logica che blocca l’innovazione e il futuro”
di ANTONIO CIANCIULLO
I POSTI di lavoro assicurati dalla green economy? Tra qualche anno in Germania supereranno quelli nel settore automobilistico. Il ritorno al nucleare? Una sottrazione di fondi e di attenzione che rischia di rallentare la corsa dell’Italia che può riagganciare il locomotore dei paesi guida. Parola di Guglielmo Epifani. L’ex segretario della Cgil ha scelto un tema caldo e una platea qualificata per lanciare l’Associazione Bruno Trentin, il nuovo laboratorio di riflessione sindacale.
Il tema è il rapporto tra energia e lavoro. A intervenire sono stati, tra gli altri, il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari, il segretario dell’Ueapme (l’associazione europea delle piccole e medie imprese) Andrea Benassi, il presidente della Lega Coop Giuliano Poletti, il segretario della Cgil Susanna Camusso. Guest star: Jeremy Rifkin, il teorico della terza rivoluzione industriale che ha dipinto lo scenario di una democrazia rafforzata dalla creazione di una rete energetica diffusa che toglie potere agli oligopoli, distribuisce ricchezza, offre garanzie contro i blackout e protegge l’ambiente.
“Vent’anni fa la terza rivoluzione industriale sembrava un’utopia, oggi è il modello verso cui marciano le tre economie più importanti: Stati Uniti, Germania, Cina – ha detto Epifani – il nuovo sta crescendo ma in Italia il vecchio resiste. L’88 per cento dell’energia viene ancora dai fossili e la scelta del governo di far ripartire il nucleare è in netta controtendenza rispetto all’andamento dei mercati. Il 62 per cento degli investimenti è concentrato sulle fonti rinnovabili e la percentuale tende a salire. In questo quadro che senso ha puntare come minimo 20 miliardi di euro nella costruzione di quattro nuove centrali e accantonarne più del doppio per uno smaltimento corretto delle scorie e degli impianti?”.
La Cgil chiede posti di lavoro. Subito. Investendo nella direzione indicata dall’Europa che ha fissato gli obiettivi del 20 – 20 – 20 dando dieci anni di tempo ai paesi membri per potenziare le rinnovabili e tagliare le emissioni serra che stanno facendo aumentare il caos climatico, cioè le alluvioni, gli uragani, le siccità devastanti e prolungate.
Su questa strada c’è un ostacolo: l’Italia è dominata dalla logica del no che blocca l’innovazione e il futuro. Mantenere tutto fermo significa però aggravare l’inquinamento. Assumersi la responsabilità di una prospettiva di disastro climatico che si fa sempre più minacciosa. Rifkin ha ricordato che la catastrofe del Golfo è pari a sei – sette volte il disastro della Exxon Valdez, la petroliera affondata in Alaska. Continuare ad affidarsi al petrolio, ha aggiunto il presidente della Foundation on Economic Trends, vuol dire continuare a moltiplicare rischi di questo genere.
Rischi ai quali, sottolinea Antonio Filippi, della Cgil, non corrispondono vantaggi sul piano occupazionale: “Per produrre un terawattora di energia elettrica servono 75 lavoratori nel nucleare, 918 nell’eolico, ancora di più nel fotovoltaico”. L’occupazione verde in Italia vale già oggi 100 mila posti di lavoro. Secondo l’Istituto di ricerche economiche e sociali si può arrivare a quota 250 mila solo nel settore delle rinnovabili. A patto di guardare avanti e non indietro.
(24 gennaio 2011) © Riproduzione riservata
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Acqua, così la privatizzazione gonfia le nostre bollette.
Scritto da Nicola il 22 gennaio 2011Entro dicembre la gestione della rete idrica sarà affidata alle imprese e la corsa ad accaparrarsi l’oro blu è già iniziata. Un business da 64 miliardi, ma c’è l’incognita referendum.
di ETTORE LIVINI
MILANO – Il risiko dell’oro blu si prepara a ridisegnare la mappa dell’acqua italiana. Nei prossimi 12 mesi – salvo stop dal referendum di giugno – un po’ di maxi utility italiane, i grandi costruttori di casa nostra e un’agguerrita pattuglia di colossi stranieri si affronteranno in una partita miliardaria: la riorganizzazione della rete idrica tricolore con un’apertura più decisa ai privati. I vincitori si spartiranno un Bingo da sogno: il ricco (e anticiclico) mercato delle bollette – già cresciute del 65% dal 2002 a fine 2010 – e la gestione dei 64 miliardi di euro di investimenti necessari per rimettere in sesto i 300mila chilometri di tubi che trasportano il prezioso liquido dalle sorgenti fino ai rubinetti di casa nostra. Un colabrodo “non degno di un paese avanzato” – come dice tranchant il Censis – che perde per strada 47 litri ogni 100 immessi in rete, con un danno di 2,5 miliardi l’anno.
La strada a livello legislativo è già tracciata: entro dicembre – dice il decreto Ronchi – gli enti locali dovranno aprire definitivamente ai privati questo mercato. Mantenendo la proprietà dell’acqua ma affidandone a terzi la gestione industriale. C’è solo un ultimo (fondamentale) ostacolo per questa rivoluzione che rischia di avere conseguenze importanti anche per il portafoglio dei consumatori: il referendum di giugno che chiede l’abrogazione del provvedimento, lasciando il servizio idrico nazionale in mano allo Stato. Ma quanta acqua potabile abbiamo in Italia e perché la nostra rete è in condizioni così disastrose? Chi saranno i protagonisti di questa corsa all’oro blu? Ed è vero che con lo sbarco dei privati nei rubinetti di casa pagheremo bollette molto più alte?
Un tesoro dal cielo
Giove pluvio ha avuto un occhio di riguardo per il Belpaese. Sull’Italia, certifica Eurostat, cadono in media 296 miliardi di metri cubi l’anno di pioggia (per il 42% al nord) cifra che ci mette al sesto posto nel continente dietro Francia (485), Norvegia (470), Spagna (346) e vicini a Svezia (313) e Germania (307). Al netto dell’evaporazione e dei deflussi abbiamo accesso a 157 miliardi di metri cubi (3mila l’anno per abitante). Un capitale immenso che però – come spesso accade nel nostro paese – non riusciamo a far fruttare visto che in rete pompiamo “solo” 136 metri cubi a testa ogni dodici mesi. Dove si perde tutto questo ben di Dio che piove dal cielo? In buona parte nei fiumi e sottoterra. “L’Italia non ha gli invasi necessari per conservare questo tesoro per i periodi siccitosi”, ripete da anni l’Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni (l’agricoltura consuma 20 miliardi di metri cubi l’anno contro i 16 dell’industria e i 5,2 per consumi domestici). I 337mila chilometri di acquedotti tricolori ci danno così accesso solo a un terzo di quanto è disponibile in pozzi e sorgenti. E quando bene siamo riusciti a imbrigliare l’acqua in un tubo, non riusciamo a trasportarla sana e salva a destinazione: di100 litri raccolti alla fonte, al rubinetto ne arrivano solo 53. A Bari, certifica l’Istat, bisogna mettere in rete 206 litri per riuscire a consegnarne 100. A Palermo 188, a Trieste 176. Milano (dove i smarriscono solo 11 litri ogni 100) e Venezia (9) sono mosche bianche in questa liquidissima galassia di sprechi che butta dalle sue falle – calcolano Civicum e Mediobanca – qualcosa come 2,5 miliardi di euro di oro blu ogni anno. In Germania, per dire, la dispersione è di sette litri su 100 (e lì è una cifra che fa scandalo) mentre la media europea è del 13%.
Il quadro di regole
Chi gestisce oggi la rete idrica nazionale? Cosa cambierà con il decreto Ronchi che – salvo successo del referendum – allargherà la presenza dei privati nel settore da fine 2011? Fino a pochi mesi fa il quadro di regole era quello disegnato dalla legge Galli a metà degli anni ’90. Un’Italia dell’acqua “federale” divisa in 92 Ambiti territoriali ottimali (Ato) pubblici – prima se ne occupavano 8.500 comuni – che dopo aver steso un programma di interventi necessari per migliorare la rete dovevano riaffidare il servizio. Una piccola rivoluzione accompagnata dal passaggio da un sistema tariffario rigido (regolato dal Cipe per tutto il paese) a una tariffa reale media in grado di coprire gli investimenti e un rendimento garantito al gestore (il 7%). Con un tetto di incremento annuo per i prezzi al consumo fissato comunque al 5%. La metamorfosi però va ancora a rilento. A 15 anni dalla riforma, dei 92 Ato – dice il Blue Book 2010 di Utilitatis – solo 72 hanno provveduto ad affidare il servizio. E l’acqua è ancora saldamente in mano pubblica. Ben 34 Ato hanno girato la gestione a realtà controllate al 100% da enti locali. In tredici casi è stata passata a società quotate ma a forte presenza pubblica come le multitutility e in altri dodici ad aziende miste pubblico-privato. Solo 6 Ato – di cui cinque in Sicilia – hanno consegnato le chiavi dei loro acquedotti (ma non la proprietà) interamente ai privati. Cosa cambierà a fine 2011? Il Decreto Ronchi farà decadere tutti gli affidamenti in house, quelli a società interne, a meno che non si apra il capitale per almeno il 40% a un socio privato. Le municipalizzate potranno invece conservare la gestione solo se la quota pubblica del loro capitale scenderà sotto il 40% a giugno 2013 e sotto il 30% a fine 2015.
I nuovi padroni dell’oro blu
Chi sono i protagonisti privati di questo risiko dell’oro blu? L’identikit dei concorrenti ai nastri di partenza è già abbastanza chiaro. Anche perché molti di loro hanno già messo uno zampino nel mercato idrico nazionale e si stanno organizzando da tempo per la grande partita della privatizzazione. A far gola non è soltanto il business dell’acqua in sé. Anzi: “Il tetto al 5% dell’incremento delle tariffe è un limite che spaventa molti potenziali investitori”, ammette Adolfo Spaziani, direttore di Federutility. Il boccone più grosso sono gli investimenti necessari per tappare le falle degli acquedotti nazionale: una torta gigantesca da 64,1 miliardi nell’arco dei prossimi 30 anni (compresi interventi su fogne e impianti di depurazione), stima il Blue Book 2011, che fa gola anche ai costruttori. Da dove arriveranno questi soldi? Per il 14%, stima il Censis, da aiuti pubblici a fondo perduto. Per il resto saranno finanziati con le bollette. L’aumento necessario tra il 2010 e il 2020 – calcola Utilitatis – sarebbe del 18%. Soldi. Tanti. Che hanno già attirato diversi pretendenti al business dell’acqua privata. La pattuglia tricolore vede in campo tre big e qualche comprimario. Acea, la municipalizzata romana nel cui capitale sta crescendo rapidamente il gruppo Caltagirone (attivo nelle costruzioni), ha già oggi 8 milioni di utenti in diversi Ato a cavallo tra Lazio, Toscana e Umbria. Non solo. La società capitolina non ha mai nascosto il suo interesse per l’Acquedotto Pugliese (che Nichi Vendola sta cercando di blindare in mano pubblica) e ha iniziato a muovere i suoi primi passi anche verso la Lombardia. L’astro emergente – pronto a sfidare Acea per la leadership tricolore – è la Iren, la utility nata dalla fusione delle municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza e Reggio Emilia e partecipata da IntesaSanpaolo. Opera già in Emilia, Liguria, Piemonte, Sardegna e Sicilia. E ha stretto un’alleanza azionaria di ferro con F2I, il fondo per le infrastrutture di Vito Gamberale, pronto a una scommessa importante sul business dell’acqua. Alla finestra c’è anche la Hera, la utility bolognese, forte nella regione d’origine ma ai nastri di partenza – almeno in apparenza – con piani meno ambiziosi. Mentre A2a e Acegas si muovono per ora solo a livello locale. Chi sono i big stranieri pronti a scalare l’acqua tricolore? Due hanno già scoperto le carte: Suez, il colosso transalpino, in campo a fianco dell’Acea, con cui già lavora in Toscana e Umbria e il rivale francese Veolia, che distribuisce l’acqua nell’Ato di Latina, a Lucca, Pisa, Livorno e nel Levante ligure. Una sbirciatina al dossier Italia l’hanno data gli inglesi di Severn Trent (che ha già messo un piedino in Umbria) e gli spagnoli di Aqualia sbarcati da tempo a Caltanissetta.
Il rebus pubblico-privato
Meglio per l’utente un gestore pubblico o privato? La risposta naturalmente non è facile. E l’esperienza degli ultimi anni non aiuta certo a sciogliere il dubbio. Ci sono amministrazioni pubbliche più che efficienti ed economiche – Milano ad esempio spreca poca acqua e ha una delle tariffe più basse d’Europa – e altre con bilanci e acquedotti che fanno acqua in tutti i sensi. I privati hanno spesso prezzi più alti ma in media tendono a garantire più servizi e investimenti. Proviamo a far parlare i pochi dati disponibili. Primo fatto: in assenza di un’authority che regoli il settore nessuno, pubblico o privato, riesce a rispettare gli impegni. Gli investimenti previsti dagli Ato nei loro primi anni di vita sono stati realizzati solo al 56%, dice il Coviri, l’ente che vigila sul settore con pochissimi poteri. Le realtà a controllo pubblico sono riuscite a mandarne in porto molto meno del 50% (“anche perché lo stato taglia gli stanziamenti e loro non riescono a finanziarsi sul mercato o con nuove tasse”, sostiene Spaziani). Le Spa miste e le municipalizzate li hanno ridotti “solo” del 13% in base agli studi del Blue Book. “Però da quando nell’acqua operano i privati l’occupazione è scesa del 30% e i consumi sono aumentati della stessa misura”, sottolinea Marco Bersani del Forum movimenti per l’acqua pubblica. La legge Galli, per assurdo, ha ingessato il sistema. Fino al 1995, quando pagava tutto Pantalone (alias lo Stato), si spendevano 2 miliardi l’anno per la manutenzione di acquedotti, fogne e depuratori. Oggi siamo fermi a 700 milioni. Roma taglia e i privati, in assenza di meccanismi tariffari premianti, investono con il contagocce.
Il nodo delle tariffe
I privati fanno pagare di più l’acqua? Questo, naturalmente, è il dato che interessa di più l’utente finale che fino a quando vede l’acqua scorrere dal rubinetto di casa si preoccupa più del suo portafoglio che dei buchi della rete a monte. Anche qui – sul fronte della bolletta – i dati empirici sono per ora pochi. Certo gli affidamenti degli Ato ad aziende miste o private che hanno promesso più investimenti hanno comportato un balzo secco della bolletta. Nel 2002 ogni italiano pagava in media 182 euro l’anno per il servizio idrico. Oggi siamo a 301, il 65% in più. Gli abitanti di Toscana (462 euro di spesa l’anno), Umbria (412), Emilia (383) e Liguria (367) – le regioni dove il processo di privatizzazione è più avanti – sono quelli che scontano prezzi più elevato (i lombardi, per dire, spendono 104 euro). Dei 25 Ato con tariffe al top, 21 sono privati o in gestione mista. “Ma una spiegazione c’è – dice Spaziani – . Lì si investe di più mentre gli Ato a gestione pubblica privilegiano per ovvi motivi di consenso politico la tariffa bassa al servizio efficiente”. Ma non sempre è così: “Ad Agrigento c’è la bolletta più alta del paese e l’acqua arriva due volte la settimana e solo in due terzi della città – dice Bersani – . Salvo poi scoprire che il gestore privato Girgenti Acque ne vende un bel po’ a Coca Cola per fare una bevanda gassata”. A Latina – dove il Comune è affiancato da Veolia – i costi sono schizzati “tra il 300 e il 3000%” calcola Bersani e 700 famiglie si autoriducono ogni mese la bolletta pagando il giusto (dicono loro) al Comune.
A fine 2010 un metro cubo d’acqua costava 1,37 euro (con picchi di 2,28 per l’alta Toscana e di 0,66 a Milano). Nel 2020 saremo a quota 1,63, il 18% in più con punte di +75% per l’area di Lecco (che passa alla tariffa media) e del 67% nell’Ato Bacchiglione gestito da Aps-Acegas. “Ma attenzione – dice Giuseppe Roma della Fondazione Censis – restiamo comunque ben al di sotto di quanto si spende nel resto d’Europa”. Un berlinese paga per l’acqua quasi mille euro l’anno, a Bruxelles la bolletta è di 580, a Varsavia 545. A Barcellona, Oslo, Helsinki e San Francisco siamo al doppio dei 200 dollari della capitale italiana. “Purtroppo dobbiamo rassegnarci – spiega Roma – . Il dilemma pubblico-privato è un falso problema: il sistema fa acqua da tutte le parti. Due italiani su dieci non hanno il servizio di fogna, al sud quasi uno su due riceve acqua non depurata. Non importa chi gestirà la rete in futuro. Per far funzionare la rete dobbiamo alzare e non di poco il prezzo. Le tariffe oggi riflettono solo la ricerca di consenso politico”. Senz’acqua, in fondo, non si può stare. E – come ricorda Spaziani – per la bolletta idrica spendiamo oggi solo lo 0,8% delle uscite mensili contro il 2% per il telefono, il 5,3% in elettricità e riscaldamento, il 14,9% per i trasporti e lo 0,9% per le sigarette. Per non parlare, dulcis in fundo, del più assurdo dei paradossi: in Italia una famiglia di 4 persone spende in media 340 euro l’anno in acqua minerale. Trentanove in più di quanto stanzia (lamentandosi) per quella che arriva dal rubinetto.
(21 gennaio 2011 – Repubblica.it)
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