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	<title>Sondrio2020 &#187; Sociale</title>
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		<title>Testamento biologico, vuoto legislativo</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2009 16:24:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Convenzione di Oviedo non è ancora stata introdotta nel nostro ordinamento: mancano i decreti necessari MILANO - Il testamento biologico è l&#8217;espressione della volontà di una persona in merito alle eventuali terapie che intende accettare nel caso di impossibilità a dare il proprio consenso informato alle cure ospedaliere, per malattie irreversibili, invalidanti o che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>La Convenzione di Oviedo non è ancora stata introdotta nel nostro ordinamento: mancano i decreti necessari</h2>
<p><strong>MILANO </strong>- Il testamento biologico è l&#8217;espressione della volontà di una persona in merito alle eventuali terapie che intende accettare nel caso di impossibilità a dare il proprio consenso informato alle cure ospedaliere, per malattie irreversibili, invalidanti o che costringano a trattamenti permanenti impedendo una normale vita di relazione.</p>
<p><strong>CONVENZIONE DI OVIEDO </strong>- La Costituzione italiana indica che nessuno può essere obbligato a subire trattamenti sanitari se non per disposizione di legge e l&#8217;Italia ha ratificato nel 2001 <a rel="nofollow" href="http://www.istitutobioetica.org/documenti/salute/convenzione_oviedo.htm" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><span style="font-weight: bold;">la Convenzione di Oviedo</span></span></a> sui diritti umani e la biomedicina (1997), secondo cui le volontà espresse da un paziente che, al momento dell&#8217;intervento non è in grado di operare una scelta, devono essere tenuti in considerazione. In pratica dunque riconosce la validità del testamento biologico. La legge 145 del 2001 ha autorizzato il presidente della Repubblica a ratificare la convenzione, ma non sono ancora stati emanati i decreti legislativi previsti per l&#8217;adattamento dell&#8217;ordinamento italiano.<span id="more-505"></span></p>
<p><strong>LA SENTENZA DEL 2008</strong> &#8211; Nel maggio 2008, per la prima volta in Italia, un giudice riconosce il diritto al testamento biologico facendo appello a una legge del 2004 che dà la possibilità di designare un &#8216;amministratore di sostegno&#8217; in previsione di perdita delle facoltà o di una futura incapacità nell&#8217;esprimere le proprie volontà. <a href="http://www.corriere.it/cronache/08_maggio_29/testamento_biologico_modena_c7fd42bc-2d6b-11dd-913b-00144f02aabc.shtml"><span style="text-decoration: underline;">È il caso della signora <span style="font-weight: bold;">Vincenza Santoro Galani</span></span></a>, malata di sclerosi laterale amiotrofica, che aveva rifiutato terapie invasive. Il marito della donna, nominato amministratore, grazie alla sentenza ha potuto rispettare le volontà della moglie. Si tratta di un precedente: la norma dà la possibilità di avere gli stessi effetti giuridici di un testamento biologico pur in assenza di una normativa specifica.</p>
<p><strong>COSì IN EUROPA </strong>- In <strong>Olanda </strong> la legge riconosce in modo esplicito la validità di una dichiarazione scritta del paziente in cui si esprime l&#8217;intenzione di ricorrere all&#8217;eutanasia. Il medico però deve avere informato il paziente sulla situazione attuale e futura e sulla non esistenza di una soluzione alternativa alla morte. In <strong>Spagna </strong>il governo Zapatero ha approvato il testamento biologico, con l&#8217;istituzione di un registro nazionale: gli spagnoli esprimono per iscritto le proprie volontà sulle scelte terapeutiche da ricevere. L&#8217;eutanasia attiva resta illegale, ma si può decidere di rinunciare all&#8217;accanimento terapeutico. In <strong>Germania</strong> per esprimere le proprie volontà è necessario un documento firmato dal notaio: per essere vincolante non deve essere stato redatto più di 5 anni prima della sua applicazione.</p>
<p><strong>LA PROPOSTA VERONESI </strong>- In Italia, a giugno 2006, il <span style="font-weight: bold;">Consiglio nazionale del notariato</span> ha dato il via libera al testamento biologico. Ogni adulto capace di intendere e volere può sottoscrivere in uno studio notarile, al costo di 25 euro, una dichiarazione di volontà anticipate in cui respinge i trattamenti che prolungano in modo artificiale le funzioni vitali. Con questa decisione l&#8217;ordine professionale di via Flaminia (composto da venti notai) ha raccolto la proposta lanciata da <span style="font-weight: bold;">Umberto Veronesi</span>, fondatore dell&#8217;Istituto europeo di oncologia (Ieo) ed ex ministro della Sanità, convinto che «il morire faccia parte di un corpus fondamentale di diritti individuali».</p>
<p><strong>DISCUSSIONE IN SENATO </strong>- Arriviamo a oggi. In Commissione Sanità del <span style="font-weight: bold;">Senato </span>è cominciata la discussione della proposta di legge sul testamento biologico dal titolo <a href="http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_02/disegno_legge_testamento_biologico_3fb93fae-f11b-11dd-b48f-00144f02aabc.shtml"><span style="text-decoration: underline;">«Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento»</span></a>, relatore Raffaele Calabrò del Pdl. Il testo ha riunito i 10 disegni di legge depositati in commissione. L&#8217;ultimo intervento è arrivato martedì 3 febbraio dal <a href="http://www.corriere.it/politica/09_febbraio_03/napolitano_englaro_c3f3c1b8-f1fc-11dd-9d2c-00144f02aabc.shtml"><span style="text-decoration: underline;">presidente<span style="font-weight: bold;"> Napolitano</span></span></a>, che citando la vicenda di Eluana Englaro, ha sottolineato la necessità di arrivare a una legge sul testamento biologico. Il caso Englaro &#8211; ha sottolineato rispondendo alle critiche della Cei &#8211; «nulla ha a che vedere con l&#8217;eutanasia».</p>
<p>fonte: <a href="http://www.corriere.it" target="_blank">Corriere.it</a></p>
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		<title>I 30 mila piccoli italiani illegali in Svizzera</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 14:05:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<category><![CDATA[gigli]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
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		<description><![CDATA[Quando Berna ostacolava i ricongiungimenti familiari dei nostri emigranti. E i mariti assumevano le mogli come domestiche per farle arrivare Le mogli e i bambini degli immigrati? «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d&#8217;una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». Chi l&#8217;ha detto: qualche xenofobo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><img class="alignright" src="http://www.corriere.it/Media/Foto/2008/12/02/bambini--180x140.jpg" alt="" width="180" height="140" />Quando Berna ostacolava i ricongiungimenti familiari dei nostri emigranti. E i mariti assumevano le mogli come domestiche per farle arrivare</h3>
<p>Le mogli e i bambini degli immigrati? «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d&#8217;una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». Chi l&#8217;ha detto: qualche xenofobo nostrano contro marocchini o albanesi? No: quel razzista svizzero di James Schwarzenbach. Contro gli italiani che portavano di nascosto decine di migliaia di figlioletti in Svizzera. E non nell&#8217; 800 dei dagherrotipi: negli anni Settanta e Ottanta del &#8217;900.<br />
Quando Berlusconi aveva già le tivù e Gianfranco Fini era già in pista per diventare il leader del Msi. Per questo è stupefacente la rivolta di un pezzo della destra contro la sentenza della Cassazione, firmata da Edoardo Fazzioli, che ha assolto l&#8217;immigrato macedone Ilco Ristoc, denunciato e processato perché non si era accontentato di portare in Italia con tutte le carte in regola (permesso di soggiorno, lavoro regolare, abitazione decorosa) solo la moglie e il bambino più piccolo ma anche la figlioletta Silvana, che aveva 12 anni. Cosa avrebbe dovuto fare: aspettare di avere un giorno o l&#8217;altro l&#8217;autorizzazione ulteriore e intanto lasciare la piccola in Macedonia? A dodici anni? Rischiando addirittura, al di là del trauma, il reato di abbandono di minore? Macché. Il leghista Paolo Grimoldi, indignato, si è chiesto «se la magistratura sia ancora un baluardo della legalità oppure il fortino dell&#8217;eversione».<span id="more-455"></span></p>
<p>E la forzista Isabella Bertolini ha bollato il verdetto come «un&#8217;altra mazzata alla legalità» e censurato la «legittimazione di un comportamento palesemente illegale». Lo «stato di necessità» previsto dalla legge e richiamato dalla suprema Corte, a loro avviso, non è in linea con le scelte del Parlamento. L&#8217;uno e l&#8217;altra, come quelli che fanno loro da sponda, non conoscono niente della grande emigrazione italiana. Niente. Non sanno che larga parte dei nostri emigrati, almeno quattro milioni di persone, è stata clandestina. Lo ricordano molte copertine della Domenica del Corriere, il capolavoro di Pietro Germi «Il cammino della speranza», decine di studi ricchi di dettagli (tra cui quello di Simonetta Tombaccini dell&#8217;Università di Nizza o quello di Sandro Rinauro sulla rivista «Altreitalie» della Fondazione Agnelli) o lo strepitoso reportage in cui Egisto Corradi raccontò sul Corriere d&#8217;Informazione del 1947 come aveva attraversato il Piccolo San Bernardo sui sentieri dei «passeur» e degli illegali. Non conoscono storie come quella di Paolo Iannillo, che fu costretto ad assumere sua moglie come domestica per portarla a vivere con lui a Zurigo. Ma ignorano in particolare, come dicevamo, che la Svizzera ospitò per decenni decine di migliaia di bambini italiani clandestini. Portati a Berna o Basilea dai loro genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari.</p>
<p>Leggi durissime che Schwarzenbach, il leader razzista che scatenò tre referendum contro i nostri emigrati, voleva ancora più infami: «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s&#8217;ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell&#8217;operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l&#8217;ex guitto italiano». Marina Frigerio e Simone Burgherr, due studiosi elvetici, hanno scritto un libro in tedesco intitolato «Versteckte Kinder» (Bambini nascosti) per raccontare la storia di quei nostri figlioletti. Costretti a vivere come Anna Frank. Sepolti vivi, per anni, nei loro bugigattoli alle periferie delle città industriali. Coi genitori che, terrorizzati dalle denunce dei vicini, raccomandavano loro: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere. Lucia, raccontano Burgherr e la Frigerio, fu chiusa a chiave nella stanza di un appartamento affittato in comune con altre famiglie, per una vita intera: «Uscì fuori per la prima volta quando aveva tredici anni». Un&#8217;altra, dopo essere caduta, restò per ore ad aspettare la mamma con due costole rotte. Senza un lamento. Trentamila erano, a metà degli anni Settanta, i bambini italiani clandestini in Svizzera: trentamila. Al punto che l&#8217;ambasciata e i consolati organizzavano attraverso le parrocchie e certe organizzazioni umanitarie addirittura delle scuole clandestine. E i nostri orfanotrofi di frontiera erano pieni di piccoli che, denunciati dalla delazione di qualche zelante vicino di casa, erano stati portati dai genitori appena al di qua dei nostri confini e affidati al buon cuore degli assistenti: «Tenete mio figlio, vi prego, non faccio in tempo a riportarlo a casa in Italia, è troppo lontana, perderei il lavoro: vi prego, tenetelo». Una foto del settimanale Tempo illustrato n. 7 del 1971 mostra dietro una grata alcuni figli di emigranti alla Casa del fanciullo di Domodossola: di 120 ospiti una novantina erano «orfani di frontiera». Bimbi clandestini espulsi. Figli nostri. Che oggi hanno l&#8217;età di Grimoldi e della Bertolini.</p>
<p>Dicono: la legge è legge. Giusto. Ma qui il principio dei due pesi e delle due misure nella Costituzione non c&#8217;è. E la realtà dice che almeno un milione di italiani vivono oggi in condizioni di sovraffollamento nelle sole case popolari senza essere, come è ovvio, colpiti da alcuna sanzione: non si ammanettano i poveri perché sono poveri. A un immigrato regolare e a posto con tutti i documenti che sogna di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli esattamente come sognavano i nostri emigrati, la nuova legge chiede invece non solo di dimostrare un reddito di 5.142 euro più altri 2.571 per la moglie e ciascuno dei figli ma di avere a disposizione una casa di un certo tipo. E qui la faccenda varia da regione a regione. In Liguria ad esempio, denuncia l&#8217;avvocato Alessandra Ballerini, in prima linea sui diritti degli immigrati, occorre avere una stanza per ogni membro della famiglia con più di 14 anni più un vano supplementare libero (esempio: il salotto) più la cucina e più i servizi igienici. Il che significa che una famiglia composta da padre, madre e quattro figli adolescenti dovrebbe avere una casa con almeno sei stanze. Quanti italiani hanno la possibilità di vivere così? Quando vinse la Coppa dei Campioni, coi soldi dell&#8217;ingaggio e del premio per la coppa, Gianni Rivera comprò un appartamento a San Siro. Il papà e la mamma dormivano nella camera matrimoniale, il fratello nella cameretta e lui in un divano letto in salotto. Se invece che di Alessandria fosse stato di Belgrado, sarebbe stato fuorilegge. Ed era Gianni Rivera. Il campione più amato da un&#8217;Italia certo più povera. Ma anche più serena di adesso.</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.corriere.it" target="_blank">Corriere.it</a></p>
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		<title>Italia fra i Paesi più «diseguali»</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Oct 2008 14:19:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel Belpaese aumenta il divario fra ricchi e poveri . La Danimarca è la nazione con meno disparità Rousseau, che nel suo Discorso sull&#8217;ineguaglianza legittimava un&#8217;insurrezione popolare contro il dispotismo del denaro, rimarrebbe probabilmente deluso se vivesse ai nostri tempi: il rapporto dell&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico parla chiaro e dice che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><img class="alignleft size-medium wp-image-378" title="growin_unequal" src="http://www.sondrio2020.it/wp-content/uploads/2008/10/growin_unequal-300x218.gif" alt="" width="232" height="168" />Nel Belpaese aumenta il divario fra ricchi e poveri . La Danimarca è la nazione con meno disparità</h2>
<p>Rousseau, che nel suo Discorso sull&#8217;ineguaglianza legittimava un&#8217;insurrezione popolare contro il dispotismo del denaro, rimarrebbe probabilmente deluso se vivesse ai nostri tempi: il rapporto dell&#8217;Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico parla chiaro e dice che tra ricchi e poveri la forbice si sta allargando, anziché restringersi. L<a href="http://www.oecd.org/document/53/0,3343,en_2649_33933_41460917_1_1_1_37419,00.html" target="_blank">&#8216;Ocse</a> ha esaminato il tasso di disuguaglianza tra chi ha e chi non ha, utilizzando il coefficiente di Gini, che misura le differenze di reddito con un numero tra 0 e 1 (dove 0 rappresenta l&#8217;uguaglianza perfetta e 1 l&#8217;ineguaglianza perfetta) e ha riscontrato nel mondo uno sconfortante aumento medio del divario, lievitato a un tasso oscillante tra il 7 e il 30 per cento nell&#8217;ultimo ventennio.<span id="more-242"></span></p>
<p>MIGLIORI E PEGGIORI &#8211; Insomma, pur con qualche isola felice (geograficamente e anagraficamente), dove invece sono stati fatti importanti passi in avanti, la tendenza generale dei governi è stata negli ultimi anni di scegliere politiche che favoriscono il profitto a scapito del salario. Le oasi felici sono rappresentate da nazioni come la Danimarca, la Svezia e il Lussemburgo, rispettivamente al primo, secondo e terzo posto della classifica degli stati più equi con coefficienti entro lo 0,25. Inoltre tra coloro che hanno tra i 55 e i 75 anni il gap si è ristretto. Ma in nome di questi miglioramenti si registra un&#8217;ineguaglianza crescente tra i bambini e nella maggior parte delle nazioni (e non per nulla il rapporto si intitola Growing Unequal, anche se c&#8217;è un punto di domanda che sfuma la frase lapidaria). Il peggiore è il Messico (con un coefficiente di Gini dello 0,48), seguito dalla Turchia e dal Portogallo.</p>
<p>L&#8217;ITALIA – Cattive notizie per il nostro Paese, che si piazza al sesto posto tra i peggiori, con un coefficiente di Gini dello 0,35. Del resto è da tempo che a casa nostra si parla di scomparsa della classe media, prefigurando uno stato dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. Si distingue per cattive politiche di redistribuzione anche l&#8217;America democratica, figurando al quarto posto tra gli Stati con un gap maggiore e sfoggiando un coefficiente dello 0,38 ancor più vergognoso dell&#8217;Italia. Da segnalare infine le tendenze più vistose, al di là dei risultati in termini assoluti: dal 2000 la disequità è cresciuta in Canada, Germania, Norvegia, Stati Uniti, Italia e Finlandia, mentre è diminuita in Gran Bretagna, Messico, Grecia e Australia. Inutile dire che la disuguaglianza accresce le tensioni e ostacola la mobilità sociale, e che la disequità non può esistere in un Paese profondamente democratico e progredito. O almeno non dovrebbe.</p>
<p>fonte: <a href="http://www.corriere.it" target="_blank">Corriere.it</a></p>
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		<title>Caritas, emergenza povertà per 15 milioni di italiani</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2008 16:27:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non ci sono solo i 7,5 milioni di persone sotto la soglia della povertà: altrettanti «si collocano poco sopra» &#160; Un clochard dorme (Ansa) CITTA&#8217; DEL VATICANO &#8211; In Italia «l&#8217;emergenza sociale riguarda 15 milioni di persone», quindi non solo i 7,5 milioni di persone ufficialmente sotto la soglia della povertà, ma altrettanti che «si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Non ci sono solo i 7,5 milioni di persone sotto la soglia della povertà: altrettanti «si collocano poco sopra»</h3>
<p>&nbsp;</p>
<table class="foto-v-left" width="1" border="0" align="left">
<tbody>
<tr>
<td><img title="Un clochard dorme (Ansa)" src="http://www.corriere.it/Media/Foto/2008/10/15/pov--140x180.jpg" alt="Un clochard dorme (Ansa)" width="140" height="180" align="left" border="0" /></td>
</tr>
<tr>
<td>Un clochard dorme (Ansa)</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><strong><strong></strong>CITTA&#8217; DEL VATICANO</strong> &#8211; In Italia «l&#8217;emergenza sociale riguarda 15 milioni di persone», quindi non solo i 7,5 milioni di persone ufficialmente sotto la soglia della povertà, ma altrettanti che «si collocano poco sopra, e quindi sono da considerare ad alto rischio». Lo afferma il Rapporto sulla povertà in Italia elaborato dalla Caritas Italiana in collaborazione con la Fondazione Zancan.</p>
<p><strong>COME COMBATTERLA</strong> &#8211; «Si può dare risposta alla povertà senza aumentare la spesa pubblica complessiva per la protezione sociale (366.878 milioni di euro) e senza aumentare la spesa per l&#8217;assistenza sociale (circa 47 miliardi di euro nel 2007)». In proposito, durante una conferenza stampa, il direttore della Fondazione Zancan ha indicato alcune direttici: «è possibile &#8211; ha spiegato &#8211; destinare ad un diverso utilizzo parti rilevanti della spesa per assistenza sociale, oggi destinata alla persone non autosufficienti e alle famiglie di lavoratori con figli». Anche se, sottolinea Vecchiato, «non è per <span id="more-274"></span>niente facile, perché chi oggi beneficia dei trasferimenti pubblici e ne ha fatto una fonte di reddito non è disposto a rimettere in discussione i diritti acquisiti, anche se ragioni di equità portassero a riconoscere il contrario».</p>
<p>fonte: <a href="http://www.corriere.it" target="_blank">corriere.it</a></p>
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		<title>«Chiudere la moschea è da fascisti»</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jul 2008 20:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MILANO — Impedire la preghiera musulmana del venerdì? Cacciare il centro islamico da Milano? Monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano, non ci vuole credere: «Solo un regime fascista o populista arriverebbe a tali metodi dittatoriali. Oso sperare che non siamo caduti così in basso». A scanso di equivoci, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>MILANO</strong> — Impedire la preghiera musulmana del venerdì? Cacciare il centro islamico da Milano? Monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della Diocesi di Milano, non ci vuole credere: «Solo un regime fascista o populista arriverebbe a tali metodi dittatoriali. Oso sperare che non siamo caduti così in basso». A scanso di equivoci, del resto, non vuole crederci neppure la comunità islamica in questione: «Prontissimi a trovare altre sedi — precisa il direttore Abdel Hamid Shaari — ma non ci chiedano di lasciare Milano perché questo non avverrà mai».<span id="more-196"></span></p>
<p>Non sono passate neanche ventiquattr&#8217;ore dal blitz milanese del ministro dell&#8217;Interno, il leghista Roberto Maroni, sulla querelle di Viale Jenner: e le prospettive venute fuori per «risolvere» il problema di quei quattromila musulmani che ogni venerdì riempiono i marciapiedi, tutt&#8217;attorno al Centro di cultura islamica più conosciuto di Milano, hanno destato qualche perplessità — è un eufemismo — persino in Curia. Tanto che un altro ministro (Difesa) nonché coordinatore di An in Lombardia, Ignazio La Russa, ieri si è sentito in dovere di chiarire: «Nessun divieto di culto. Pretendiamo solo che i sermoni siano in italiano e di conoscerne il testo prima». Sofismi rispetto al Bossi dell&#8217;altro ieri: «Questa è casa nostra, non regaleremo il Paese a nessuno, Viale Jenner chiuderà».</p>
<p>Non che a fronte di tutto ciò, questa volta, intervenga il cardinale Dionigi Tettamanzi in persona: il quale d&#8217;altronde, in materia di «diritti negati», non si è mai tirato indietro. Ma monsignor Bottoni — proprio per il suo ruolo in Diocesi, che tra l&#8217;altro lo vede direttamente impegnato nel Forum delle Religioni costituitosi a Milano dal 2006— come interlocutore non potrebbe essere più esplicito: «Dubito che le istituzioni civili di un Paese democratico possano proibire un diritto costituzionale come la libertà religiosa e di culto. Come potrebbero se non calpestando Costituzione e democrazia, laicità dello Stato e civiltà dell&#8217;Occidente?». E il Centro di cultura islamica? «Chiuderlo richiederebbe una iniziativa della magistratura. In caso contrario sarebbe difficile non parlare di abuso».</p>
<p>Peraltro il vicesindaco Riccardo De Corato (An) non arretra di un passo: per il Centro islamico, dice, serve un posto «non urbanizzato e fuori Milano». «Mai», sorride Shaari. «Siamo al ridicolo», commenta da sinistra il presidente della provincia Filippo Penati: «E alla fine, come sempre, saranno i cittadini a ritrovarsi soli».</p>
<p>Perché il problema dei marciapiedi occupati ogni venerdì da quattromila tappetini, in Viale Jenner, oggettivamente esiste. «E infatti — puntualizza monsignor Bottoni — diritto alla preghiera e diritto all&#8217;ordine pubblico devono convivere»: sta all&#8217;istituzione trovare il modo. Una sola cosa è certa, ribadisce: ed è che in mancanza di un «compromesso accettabile» per tutti, e «se i musulmani verranno discriminati e umiliati», allora sì «potrebbero costituire proprio quel pericolo temuto da chi, con massima insipienza, li vorrebbe emarginare».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="footnotes">Paolo Foschini<br />
<strong>06 luglio 2008</strong></p>
<p class="footnotes">fonte:Corriere.it</p>
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		<title>La popolazione italiana cresce ma solo grazie agli immigrati</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jul 2008 19:44:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ROMA - La popolazione in Italia cresce di poco, e solo grazie al flusso dell&#8217;immigrazione. I residenti in Italia sfiorano quota 60 milioni di abitanti: al 31 dicembre 2007 era pari a 59 milioni 619.290 persone, mentre alla stessa data del 2006 ammontava a 59 milioni 131.287. Nel 2007 si è registrato un incremento della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ROMA </strong>- La popolazione in Italia cresce di poco, e solo grazie al flusso dell&#8217;immigrazione. I residenti in Italia sfiorano quota 60 milioni di abitanti: al 31 dicembre 2007 era pari a 59 milioni 619.290 persone, mentre alla stessa data del 2006 ammontava a 59 milioni 131.287. Nel 2007 si è registrato un incremento della popolazione residente di 488.003 unità, pari allo 0,8% per cento, dovuto completamente alle migrazioni dall&#8217;estero. Sono questi i dati riferiti dall&#8217;Istat, nel Bilancio demografico nazionale per l&#8217;anno 2007. Complessivamente, la variazione di popolazione è stata determinata dalla somma di queste voci di bilancio: il saldo del movimento naturale pari a -6.868 unità; il saldo del movimento migratorio con l&#8217;estero pari a +492.823; un incremento dovuto al movimento per altri motivi e al saldo interno pari a +2.048 unità.<span id="more-195"></span></p>
<p><strong>OGNI 100 ABITANTI, 5,8% SONO STRANIERI &#8211; </strong>In Italia il rapporto tra italiani e stranieri è stato, nel 2007, di 5,8 immigrati ogni 100 abitanti: una quota in crescita rispetto al 2006 (5 stranieri ogni 100 residenti). È la stima contenuta nel Bilancio demografico dell&#8217;Istat. L&#8217;incidenza della popolazione straniera è più elevata in tutto il centro-nord (rispettivamente 8,1 e 7,8 per cento nel nord-est e nel nord-ovest e 7,3 per cento nel centro), mentre nel Mezzogiorno la quota di stranieri residenti è del 2,1%.</p>
<p><strong>CRESCONO LE NASCITE &#8211; </strong>In Italia aumentano le cicogne: nel 2007 sono infatti nati 563.933 bambini (di cui oltre 60 mila stranieri), 3.923 in più rispetto all&#8217;anno precedente. Il saldo naturale resta tuttavia negativo (-6.868 unità), perché i morti sono stati 570.801 (12.909 in più rispetto all&#8217;anno precedente). È quanto si ricava dai dati del Bilancio demografico nazionale dell&#8217;Istat. Il saldo naturale, dato dalla differenza tra nati e morti, negli ultimi 4 anni ha alternato valori positivi e negativi, ma sempre molto vicini alla crescita zero. Nel 2007 risulta positivo nel Mezzogiorno, mentre nel centro-nord è negativo.</p>
<p><span style="font-weight: bold;">SOPRATTUTTO AL NORDEST &#8211; </span>L&#8217;incremento delle nascite si registra nelle regioni del nord-est (+1,8%), del nord-ovest (+1,3%) e del centro (+0,7%), mentre nelle regioni meridionali (+0,05 per cento) e nelle Isole (-1,0 per cento) c&#8217;è una stagnazione, se non un decremento. A livello nazionale l&#8217;ammontare complessivo di nascite risulta più elevato di quello relativo ai 14 anni precedenti: una tendenza, afferma l&#8217;Istat, da mettere in relazione alla maggior presenza straniera regolare. Di pari passo con l&#8217;aumento di stranieri che vivono in Italia, infatti, l&#8217;incidenza delle nascite di bambini stranieri ha fatto registrare un fortissimo incremento, passando dall&#8217;1,7% all&#8217;11,3% del totale dei nati vivi; in valori assoluti da poco più di 9 mila nati nel 1995 a più di 60 mila nel 2007.</p>
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		<title>BANDO SERVIZI ALLA PERSONA 2008</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2008 11:50:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Promuovere percorsi di coesione sociale nelle comunità territoriali Premessa: Questo Bando con scadenza è uno degli strumenti previsti dal Piano d’Azione “Promuovere percorsi di coesione sociale nelle comunità territoriali”. Il suo obiettivo principale è quello di affrontare la condizione di alcune categorie di persone ritenute più a rischio di emarginazione sociale sostenendo progetti che sappiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Promuovere percorsi di coesione sociale nelle comunità territoriali</p>
<p>Premessa:<br />
Questo Bando con scadenza è uno degli strumenti previsti dal Piano d’Azione “Promuovere percorsi di coesione sociale nelle comunità territoriali”. Il suo obiettivo principale è quello<br />
di affrontare la condizione di alcune categorie di persone ritenute più a rischio di emarginazione sociale sostenendo progetti che sappiano incentivare politiche territoriali integrate e che stimolino la responsabilità delle persone prese in carico e delle comunità locali per favorire processi condivisi di inclusione sociale.</p>
<p><table style="border: 1px solid #CCC;" cellpadding="3" width="100%">
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      <b>download:</b> <a href="http://www.sondrio2020.it/?file_id=12">Bando</a> <small>(146.64KB)</small><br />
      <b>added:</b> 16/05/2008 <br />
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		<title>Il Papa: «Favorire il ricongiungimento familiare degli immigrati</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2008 11:40:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Pontefice: «Resta un grave problema. La famiglia costituisce la cellula originaria della società» ROMA &#8211; Il «ricongiungimento familiare» per gli immigrati resta un «grave problema». Lo afferma il Papa, richiamando davanti ai partecipanti alla assemblea plenaria del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, quanto egli ha detto nella propria «recente visita negli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Il Pontefice: «Resta un grave problema. La famiglia costituisce la cellula originaria della società»</h3>
<p><span style="font-weight: bold">ROMA</span> &#8211; Il «ricongiungimento familiare» per gli immigrati resta un «grave problema». Lo afferma il Papa, richiamando davanti ai partecipanti alla assemblea plenaria del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, quanto egli ha detto nella propria «recente visita negli Stati Uniti». Il dicastero pontificio ha dedicato la propria assemblea di quest&#8217;anno alla famiglia migrante.<span id="more-179"></span><br />
 <span style="font-weight: bold">ACCOGLIENZA</span> &#8211; «Durante la recente visita negli Stati Uniti d&#8217;America, &#8211; ha ricordato Benedetto XVI &#8211; ho avuto modo di incoraggiare quel grande Paese a continuare nel suo impegno di accoglienza verso quei fratelli e sorelle che lì giungono venendo, in genere, da Paesi poveri. Ho segnalato in particolare il grave problema del ricongiungimento familiare, tema che avevo già affrontato nel Messaggio per la 93esima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato..». «Non bisogna dimenticare che la famiglia, anche quella migrante e itinerante, &#8211; ha sottolineato Papa Ratzinger &#8211; costituisce la cellula originaria della società, da non distruggere, ma da difendere con coraggio e pazienza». Nella famiglia si apprende «la grammatica dei valori umani e morali» e si impara «a fare buon uso della libertà nella verità. Purtroppo &#8211; ha detto il Papa &#8211; in non poche situazioni questo avviene con difficoltà, specialmente nel caso di chi è investito dal fenomeno della mobilità umana». Benedetto XVI ha anche inviato la Chiesa a «facilitare la celebrazione della messa anche per i migranti e gli itineranti».</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/" target="_blank">fonte:corriere.it </a></p>
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		<title>Le vendette da bloccare</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2008 11:37:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[SICUREZZA E RAID ANTI-ROM di Pierluigi BattistaI roghi di baracche nei campi nomadi di Napoli. I blocchi stradali anti-rom di Genova. Le bottiglie molotov scagliate contro la casa di due romeni a Milano. Ha ragione Avvenire quando scrive che in Italia si rischia di essere «ingiustamente criminalizzati solo in quanto appartenenti a un’etnia». E’ ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>SICUREZZA E RAID ANTI-ROM</h3>
<p><strong>di Pierluigi Battista</strong>I roghi di baracche nei campi nomadi di Napoli. I blocchi stradali anti-rom di Genova. Le bottiglie molotov scagliate contro la casa di due romeni a Milano. Ha ragione Avvenire quando scrive che in Italia si rischia di essere «ingiustamente criminalizzati solo in quanto appartenenti a un’etnia». E’ ancora soltanto un rischio. Almeno fino a che sarà saldamente tracciata una linea di confine invalicabile tra l’azione repressiva verso le sacche delinquenziali clandestine e abusive e la «caccia allo zingaro», tra l’applicazione severa di norme che fronteggino l’angoscia sociale alimentata da una criminalità aggressivamente pervasiva e l’eccitazione regressiva di una giustizia sommaria che colpisce<span id="more-178"></span> indiscriminatamente non singoli responsabili ma categorie demonizzate in blocco. Senza questa barriera, è fatale che il rischio possa diventare realtà.</p>
<p>Il blitz anticlandestini di ieri (attuato, e non è un dettaglio marginale, con la collaborazione della polizia romena) è il segnale di un impegno. Non può e non deve essere invece l’origine di una nevrosi collettiva che invoca espulsioni in massa e guarda con negligente distrazione ai raid anti-rom che assomigliano troppo alla dinamica feroce di un linciaggio. E se si proclama la tolleranza zero contro l’illegalità, sarebbe il caso di ricordare che l’assalto incendiario ai campi nomadi è un’illegalità grave, da sanzionare come merita. Perciò, se l’Europa chiede un pronunciamento solenne del governo italiano che condanni la spedizione punitiva a Napoli, è bene che il destinatario della richiesta non indugi troppo nella risposta. Ed è una prova di sensibilità da non sottovalutare il fatto che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si affretti a precisare che non verrà meno «il rispetto dei diritti umani» nelle scelte del governo, o che il ministro Roberto Maroni voglia ribadire il principio che la responsabilità è degli individui e non dei gruppi, delle persone che delinquono e non delle etnie e delle nazionalità. Un argine alle scorciatoie semplificatrici che certamente verrà accolto positivamente dal mondo cattolico, oggi particolarmente preoccupato per la deriva intollerante in cui può sfociare la politica repressiva.</p>
<p>Il governo dovrà dunque impegnarsi in una politica della sicurezza severa ma che non confligga con le normative europee di cui in passato anche noi italiani siamo stati artefici. Che non dia vita a provvedimenti frettolosi e caoticamente insaccati dentro un unico decreto legge sulla cui legittimità e sulla cui urgenza anche dal Quirinale possono venire utili e saggi consigli. Che affronti l’allarme sociale con intelligenza e fantasia ma senza varcare la soglia della concessione populista alla mistica della repressione, dell’inasprimento insensato delle pene, dell’affollamento di carceri già sature, sempre al limite della decenza, se non dell’invivibilità. Oggi esiste un’opposizione, incardinata sul Partito democratico, che sul tema della sicurezza non intende erigere barricate, anche per non ripetere gli errori della precedente maggioranza, causa non irrilevante dei recenti rovesci elettorali. Il governo farebbe bene a non dilapidare questa imprevista risorsa, cominciando ad arginare un umore vendicativo che a Napoli è deflagrato con una virulenza inaccettabile: dopo i trionfi elettorali, questo è il suo primo, vero esame.</p>
<p class="footnotes"> <strong>16 maggio 2008</strong></p>
<p class="footnotes"><a href="http://www.corriere.it/" target="_blank">fonte:corriere.it </a></p>
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		<title>Con la scusa del popolo</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2008 11:36:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bonnie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di GAD LERNER LA CACCIA ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale. Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E&#8217; questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di GAD LERNER</em></span><br />
LA CACCIA ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.</p>
<p>Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E&#8217; questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l&#8217;ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell&#8217;ordine nel necessario repulisti. <span id="more-177"></span></p>
<p>Ma siamo sicuri che &#8220;il popolo&#8221; siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: &#8220;Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via&#8221;? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della &#8220;derattizzazione&#8221; e della &#8220;pulizia etnica&#8221;, i politici che in campagna elettorale auspicarono &#8220;espulsioni di massa&#8221;, i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?</p>
<p>La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l&#8217;incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. &#8220;Obiettivo: zero campi rom&#8221; (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). &#8220;I rom sono la nuova mafia&#8221; (contro ogni senso delle proporzioni). &#8220;Quei rom ladri di bambini&#8221; (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell&#8217;inciviltà è compiuto. Perfino l&#8217;operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.</p>
<p>Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L&#8217;accusa, e l&#8217;irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: &#8220;I rom non devono essere &#8216;ripartiti&#8217;, bisogna farli semplicemente ripartire&#8221;. E accusa Prodi di non aver capito l&#8217;andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l&#8217;assedio e l&#8217;incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.<br />
<img src="http://oas.repubblica.it/RealMedia/ads/adstream_nx.ads/repubblica.it/nz/cronaca/interna/1094478711@Top,TopLeft,TopRight,Left,Right,Middle,Middle1,Position1,Bottom,x40,x41,x42,x43,x44,x45,x46%21Middle" style="display: none" border="0" /></a><br />
La formula lapalissiana secondo cui &#8220;la sicurezza non è né di destra né di sinistra&#8221; appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all&#8217;interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull&#8217;infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l&#8217;inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.</p>
<p>Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di &#8220;Commissari per i rom&#8221;, sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell&#8217;immedesimazione &#8211; &#8220;In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall&#8217;Egitto&#8221; &#8211; dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola &#8220;rom&#8221; con la parola &#8220;ebrei&#8221;, o &#8220;italiani&#8221;. Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.</p>
<p>La categoria &#8220;sicurezza&#8221; non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l&#8217;allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l&#8217;alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione &#8211; l&#8217;obbligo di soccorso alle carrette del mare &#8211; o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.</p>
<p>Da più parti si spiega l&#8217;inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione &#8220;buonista&#8221;. E&#8217; un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo &#8220;Mostro Mite&#8221; (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l&#8217;approdo a scelte comuni là dove meno te l&#8217;aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.</p>
<p>Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l&#8217;esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe &#8220;nere&#8221;. Il richiamo ai servizi d&#8217;ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell&#8217;Italia del 2008 &#8211; afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare &#8211; le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.</p>
<p> Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l&#8217;irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.</p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/" target="_blank">fonte:repubblica.it </a></p>
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