I conti delle città.
2 agosto 2010Centrali elettriche e casinò
Se il Comune fa l’azienda
Il miracolo di Ussita, nelle Marche, in vetta alla classifica delle entrate Tra le grandi, Roma supera Milano
ROMA — La domenica mattina il sindaco è in ufficio. Siamo in piena estate, ma la stagione turistica invernale è dietro l’angolo. C’è da seguire il progetto del palazzo del ghiaccio e curare la manutenzione delle seggiovie. E poi la rete del gas, le centrali idroelettriche, i pannelli solari… Più che il sindaco, il primo cittadino di Ussita, 426 anime in provincia di Macerata, è l’amministratore delegato di un’azienda. Il bilancio del suo Comune è da leccarsi i baffi. Ogni anno entrano in cassa 6 milioni di euro: tre milioni e mezzo dalla produzione di energia elettrica, un milione dalla stazione sciistica, e qualche soldarello anche dalla gestione del gas. «Quando devo fare i conti», confessa Sergio Morosi, «non aspetto certo di conoscere quello che mi deve arrivare dallo Stato». Sfido: i trasferimenti pubblici non rappresentano che un quattordicesimo di tutti gli incassi. Morosi dice che questo si deve alla lungimiranza di un altro sindaco, Nicola Rinaldi, classe 1914, che fu deputato democristiano nel 1963 e del quale l’attuale primo cittadino è stato segretario. Fu lui a investire nell’elettricità. E ora si continua su quella strada. Sentite Morosi: «Stiamo acquistando un impianto fotovoltaico fuori dal territorio comunale. Cosa volete, se vogliamo finanziarci non possiamo che fare in questo modo. Diversamente i piccoli comuni sono destinati a sparire». E diversamente, si potrebbe aggiungere, Ussita non potrebbe nemmeno essere il Comune italiano con la spesa corrente pro capite più elevata (10.369 euro), ad eccezione di Campione d’Italia.
E allora le multe
Inutile dire che nel panorama dei municipi italiani un caso così è piuttosto raro. Perché se Ussita ricava da attività per così dire «collaterali» addirittura l’86% dei propri introiti, superato anche qui solo da Campione d’Italia, le entrate indipendenti dalle tasse locali o dai trasferimenti pubblici incidono nei bilanci comunali mediamente per il 20%. Si tratta di voci che vanno dalle rette scolastiche ai trasporti, dai dividendi dei pacchetti azionari alle concessioni, fino agli interessi sugli investimenti finanziari. Vero è che con questi chiari di luna ciascuno si arrangia come può. Le contravvenzioni, per esempio. Secondo uno studio condotto dalla fondazione Civicum, è Firenze la città più severa con gli automobilisti indisciplinati. Nel 2007 ha incassato 134 euro per ognuno dei suoi 356 mila residenti. Una bella batosta, che ha portato nelle casse del capoluogo toscano 47 milioni di euro. Ma è niente in confronto a Roma, che ha intascato con le contravvenzioni quasi 320 milioni: 125 euro ad abitante, cifra che colloca i romani al secondo posto nella classifica dei più multati. Al terzo i bolognesi (119 euro ciascuno), per un introito municipale di 44 milioni, e al quarto i milanesi (106 euro). Mentre a Napoli, notoriamente una delle città meno disciplinate dal punto di vista del traffico, l’incasso delle multe si fermava a 65 milioni, cioè 66 euro per cittadino, meno della metà di Firenze. Per non parlare di Palermo: 49 euro.
Ci sono poi Comuni che riescono a far fruttare bene i loro mattoni. Ma sono pochi. Qualcuno, al Sud, ci rimette. Una indagine del 2007 della Corte dei conti sul patrimonio edilizio della Campania (su dati del 2003) ha rivelato che il Comune di Napoli era stato capace di perdere 16 milioni pur possedendo decine di migliaia di unità immobiliari. E non è un caso che le classifiche dei municipi più poveri siano piene di località del Mezzogiorno. Esemplare il caso di Ravanusa, 12.819 anime a 50 chilometri da Agrigento: appena 171 euro a testa di entrate tributarie e 12 di extratributarie. Ma riceve 542 euro pro capite di trasferimenti dallo Stato e dalla Regione e spende 746 euro per residente. Più assistenza che efficienza, una distanza siderale dai comuni che sembrano aziende. Non solo la citata Ussita. Per molte amministrazioni, soprattutto al Nord, le aziende locali sono una vera manna. Brescia, nel 2008, con gli utili delle società municipalizzate ha incassato 84 milioni. Nello stesso anno Milano 105 milioni. Ma il capoluogo della Lombardia può contare soprattutto sui proventi dei servizi pubblici: 253 milioni. Al pari di Campione d’Italia, anche Venezia ha poi un autentico tesoro: il casinò, che nel 2008 ha fruttato circa 190 milioni.
A Maiolati Spontini, paese con 5.979 residenti che diede i natali al compositore Gaspare Spontini, non ci sono invece né slot machine né roulette né tavoli da baccarà. Ma una discarica per rifiuti urbani e industriali che fa intascare al municipio qualcosa come 6 milioni l’anno, a dimostrazione del fatto che il denaro non ha odore. Maiolati è stato premiato dal ministero dell’Economia come il Comune più virtuoso d’Italia. Medaglia d’argento Sirmione, che può contare su consistenti entrate dell’Ici per la seconda casa ma anche sui ticket dei parcheggi: 3 milioni per ognuna delle due voci. «Il 70% di tutte le entrate correnti», ha spiegato il sindaco Alessandro Mattinzoli ad Antonella Baccaro del Corriere. E, gonfiando il petto: «Qui non si è mai pagata l’addizionale Irpef». In più, rispetto a Sirmione, Livigno (Sondrio) può godere dello status di zona franca, una calamita per il «turismo commerciale ». Ma la graduatoria delle cosiddette entrate «extratributarie» delle città è guidata da Roma. Dove nel 2008, dice l’assessore al Bilancio Maurizio Leo, parlamentare del Pdl, «ai 70 milioni dei dividendi dell’Acea, che nel 2009 non ci sono stati, si sono sommate le entrate del condono edilizio».
E veniamo ai tributi locali. L’abolizione dell’Ici sulla prima casa ha fatto comprensibilmente infuriare le amministrazioni comunali di tutta Italia perché hanno perso la fetta forse più grossa di autonomia impositiva. Quella che dovrebbero conquistare pienamente con la riforma federalista e il decreto legislativo ad hoc promesso dal governo, anche se i dati di bilancio dimostrano non solo che ci vorrà un fondo perequativo tra comuni ricchi e poveri, ma anche che per molti municipi, soprattutto nel Sud, la sfida della autonomia impositiva sarà dura: ci vorrà decisione nel chiedere le tasse ai compaesani e nel punire gli evasori.
Non resta che la Tarsu
Per ora, oltre all’Ici sulle seconde case, che è stata risparmiata, restano, è vero, altre tasse: quella sui rifiuti, sull’occupazione degli spazi pubblici, sulle insegne e la pubblicità e l’addizionale Irpef. Quest’ultima però ogni tanto viene bloccata dal governo per impedire che la pressione fiscale salga troppo. Adesso è ferma da un paio d’anni. Tranne in un caso: quello di Palermo. Un anno fa, per tappare la voragine aperta dall’azienda dei rifiuti, il sindaco ottenne dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi un’ordinanza che gli ha consentito di raddoppiare l’addizionale dallo 0,4% allo 0,8%. Anche se pochi mesi dopo l’amministrazione ha deciso di fare retromarcia su una misura così impopolare. Va detto che per scelta alcuni Comuni non hanno mai voluto introdurre l’addizionale sull’Irpef. Come Milano, che però può contare su cospicue entrare «alternative»: per esempio, come si è visto, i dividendi delle imprese pubbliche locali.
Il capoluogo lombardo, tuttavia, è dopo Torino quello che ha l’indebitamento pro capite più elevato. Secondo il ministero dell’Interno, nel 2008 ogni cittadino milanese aveva sulle spalle una esposizione con le banche e con la Cassa depositi e prestiti di 2.938 euro. I torinesi 3.450 euro, contro una media nazionale di 1.207. Al terzo posto, secondo la classifica pubblicata dal Sole24 ore, Siena, con 2.515 euro. Ma i senesi possono dormire sonni tranquilli: più della metà di quei debiti sono coperti ogni anno dai contributi della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, l’ente che controlla una delle principali banche italiane. Grazie a questo introito la città è al secondo posto nella graduatoria delle entrate extratributarie.
Il combinato disposto dell’abolizione dell’Ici prima casa e del blocco dell’Irpef ha avuto l’effetto di far lievitare la tassa sui rifiuti, l’unico tributo di una certa consistenza rimasto in mano ai sindaci. Lo scorso anno la Tarsu è salita mediamente del 23,1%. Una stangata di quasi 30 euro per ogni cittadino, che invece di 127,6 euro ne ha dovuti pagare 157,1. La botta più grossa l’hanno presa i beneventani, con un aumento del 70,2%. In quella città la tarsu è arrivata a 286 euro. Ma nemmeno a Napoli si scherza: 203 euro, con un aumento del 50,4%. Con quali risultati si sa.
Enrico Marro
Sergio Rizzo
Corriere.it – 26 luglio 2010
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Il solare costa meno del nucleare.
28 luglio 2010Il sorpasso al prezzo di 0,16 dollari a chilowattora. L’energia atomica costerà sempre di più
Un articolo del New York Times su uno studio americano
Il sorpasso al prezzo di 0,16 dollari a chilowattora. L’energia atomica costerà sempre di più
I costi di energia solare e atomica (da Ncwarn.org)
NEW YORK – Oggi negli Stati Uniti la produzione di energia solare costa meno di quella nucleare. Lo afferma un articolo pubblicato il 26 luglio sul New York Times, che riprende uno studio di John Blackburn, docente di economia della Duke University. Se si confrontano i prezzi attuali del fotovoltaico con quelli delle future centrali previste nel Nord Carolina, il vantaggio del solare è evidente, afferma Blackburn. «Il solare fotovoltaico ha raggiunto le altre alternative a basso costo rispetto al nucleare», spiega Blackburn, nel suo articolo Solar and Nuclear Costs – The Historic Crossover, pubblicato sul sito dell’ateneo. «Il sorpasso è avvenuto da quando il solare costa meno di 16 centesimi di dollaro a kilowattora» (12,3 centesimi di euro/kWh). Senza contare che il nucleare necessita di pesanti investimenti pubblici e il trasferimento del rischio finanziario sulle spalle dei consumatori di energia e dei cittadini che pagano le tasse.
COSTI FOTOVOLTAICO IN DISCESA – Secondo lo studio di Blackburn negli ultimi otto anni il costo del fotovoltaico è sempre diminuito, mentre quello di un singolo reattore nucleare è passato da 3 miliardi di dollari nel 2002 a dieci nel 2010. In un precedente studio Blackburn aveva dimostrato che se solare e eolico lavorano in tandem possono tranquillamente far fronte alle esigenze energetiche di uno Stato come il Nord Carolina senza le interruzioni di erogazione dovute all’instabilità di queste fonti.
COSTI NUCLEARE IN CRESCITA – I costi dell’energia fotovoltaica, alle luce degli attuali investimenti e dei progressi della tecnologia, si ridurrà ulteriormente nei prossimi dieci anni. Mentre, al contrario, i nuovi problemi e l’aumento dei costi dei progetti hanno già portato alla cancellazione o al ritardo nei tempi di consegna del 90% delle centrali nucleari pianificate negli Stati Uniti, spiega Mark Cooper, analista economico dell’Istituto di energia e ambiente della facoltà di legge dell’Università del Vermont. I costi di produzione di una centrale nucleare sono regolarmente aumentati negli ultimi anni e le stime sono costantemente in crescita.
Redazione online
27 luglio 2010
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Biodiversità: spendi 1 guadagni 100.
22 maggio 2010Nel giorno in cui si celebra la biodiversità arrivano due notizie. Come al solito una è buona e l’altra è cattiva. Cominciamo con quella buona. Un rapporto delle Nazioni Unite (a cui il quotidiano The Guardian dedica metà della prima pagina) dimostra che battersi per la difesa della ricchezza delle forme di vita è anche più conveniente che battersi per la difesa del clima. In realtà, a voler essere pignoli, è difficile distinguere tra i due obiettivi visto che i cambiamenti climatici rappresentano la principale minaccia per la biodiversità. Si tratta di due angolazioni diverse per osservare lo stesso problema.
Lord Nicholas Stern, l’ex chief economist della Banca Mondiale, aveva calcolato con il suo celebre rapporto, recentemente aggiornato, che per ogni euro investito in misure di protezione climatica (efficienza energetica, fonti rinnovabili, foreste) si possono evitare tra i 5 e i 20 euro di danni.
Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite spiega che investendo nella difesa della fertilità del suolo, della pulizia dell’aria e dell’acqua, nella protezione degli insetti impollinatori e nelle altre attività di sostegno della biodiversità si ottengono benefici che vanno da 10 a 100 volte la cifra impiegata. Di qui una serie di suggerimenti: sostenere le comunità locali che conoscono il territorio e sanno mantenerne l’equilibrio; fissare tetti per lo sfruttamento delle risorse; chiedere alle aziende rendiconti ambientali oltre che finanziari.
Il tutto per un’ottima ragione economica (oltre che, volendo, etica): investendo 45 miliardi di dollari l’anno a livello globale si possono ottenere due vantaggi concreti. Il primo è che si tratta di misure vere, reali, tangibili: alberi e pannelli fotovoltaici, non speculazione finanziaria. Il secondo è che i benefici che questa operazione comporta in termini di depurazione dell’aria e dell’acqua e di altri servizi ecologici valgono tra i 4 e i 5 triliardi di dollari, cioè 100 volte più dell’investimento.
La buona notizia ha richiesto un po’ di spazio perché anticipa un futuro ancora da disegnare. La cattiva notizia è più breve perché, appartenendo al passato, è in qualche modo intuibile: buona parte degli ecosistemi è in crisi e l’85 per cento dei mari e degli oceani è già danneggiato dall’attività dell’uomo ma solo 2 delle 100 maggiori aziende nel mondo credono che la riduzione della biodiversità rappresenti una minaccia strategica per il loro business. Ho la sensazione che la Bp stia con il 98 per cento.
Antonio Cianciullo – Repubblica.it
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La trama nascosta della corruzione
15 maggio 2010MALCOSTUME DELLA POLITICA E DELLA SOCIETA’
Anche se non bisogna mai dimenticare che un conto sono i sospetti, un’altra cosa la verità, tuttavia le notizie di casi di corruzione politica stanno diventando così numerose da imporre una riflessione di ordine generale. Che però mi sembra giusto far precedere da una considerazione accessoria. E cioè che a ben vedere non si tratta mai soltanto di corruzione politica. Ogni episodio di corruzione politica propriamente detto, infatti, a quel che riferiscono le cronache, è sempre accompagnato da una rete di comportamenti a vario titolo oggettivamente complici: mogli che accettano tenori di vita implausibili, figli ultramaggiorenni che godono senza battere ciglio di favori come cosa dovuta, evasione fiscale generalizzata, amici che si fanno fare lavori e lavoretti da amici degli amici, ecc. ecc.
Insomma, tutta una trama di relazioni fondata su una personalizzazione radicale della vita sociale e insieme una vasta, capillare indifferenza alla correttezza e alla legalità. Ciò che ripropone la domanda invano sempre esorcizzata: ma che razza di società è la società italiana? Un’altra domanda ci riporta alla corruzione politica. La domanda è questa: perché da noi più che altrove la corruzione politica non sembra trovare l’ostacolo di alcuna efficace forza dissuasiva? Perché la paura di essere scoperti e quindi puniti, che dovrebbe naturalmente servire ad arginare la tentazione di cedere al richiamo del denaro facile, in Italia invece non sembra svolgere la sua funzione in misura apprezzabile? Le risposte possibili mi sembrano due, e rimandano ognuna a una profonda anomalia della nostra vita pubblica. La prima riguarda la giustizia.
Il nostro sistema penale- giudiziario, infatti, è ben capace di aprire indagini, ordinare intercettazioni, far scontare arresti preventivi immotivati, divulgare segreti istruttori più o meno compromettenti, e anche alla fine arrivare a rinvii a giudizio. Ma è singolarmente incapace di comminare sentenze esemplari e di farle scontare. I trent’anni di Madoff o gli ergastoli per i responsabili della Enron da noi sono impensabili. Le carceri italiane sono piene quasi soltanto di poveri diavoli, perché se si è un borghese facoltoso, come sono in genere coloro che incappano in un reato di corruzione (e cioè con un buon avvocato e buone relazioni), è rarissimo vedersi condannati in via definitiva a pene che non siano simboliche o quasi. La seconda spiegazione sta nella sciagurata legge elettorale che oggi vige nel nostro Paese. Bisogna ricordare infatti che ciò che giustamente più temono i politici non è il giudizio dei magistrati. È quello degli elettori.
È il non venire rieletti, e così dunque vedere cancellata la propria carriera. Ma con il «porcellum» attuale ciò è in pratica assolutamente improbabile. Il giudizio degli elettori sulla persona da eleggere, sulle sue qualità o magagne, infatti, si dà solo dove esista un qualche rapporto personale tra gli uni e l’altro: come per l’appunto avviene per laddove vige una legge elettorale maggioritaria basata su collegi uninominali (come nella Gran Bretagna). Non può darsi da noi, invece, dove, come si sa, non si votano «persone» ma «liste»: immodificabili e preconfezionate dai vertici dei partiti. In Italia, insomma, se per qualunque motivo il politico corrotto è gradito ai suoi capi può dormire sonni tranquilli: niente galera e la carriera sicura come prima.
Ernesto Galli Della Loggia
Corriere.it – 15 maggio 2010
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